Ciao a tutti, Vi scrivo per darvi conto di un nuovo evento firmato RdRock. Si tratta del concerto del Cantautore Frank D'Acri (http://www.myspace.com/frankdacri)che si svolgerà presso il Locale Legend 54 a Milano. La serata in chiave rigorosamente acustica sarà aperta dai "Coil Spring" (http://coilspring.blog.virginradioitaly.it/)che cominceranno a suonare subito dopo l'"Happy Hour", e a seguito salirà sul Palco Frank che eseguirà i suoi brani in chiave acustica. Il legend 54 (http://www.legend54.com)è a Milano Vle Enrico Fermi 2/6 MIlano (Milano -Meda Zona Maciacchini) angolo via Sbarbaro (posta@legend54.com tel. 02 64084704 - 02 69901251)
Comunicato Stampa Sabato 29 novembre 2008 “Un semplice gesto di carità: condividere la propria spesa”
Sabato 29 novembre si svolgerà in tutta Italia la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare organizzata dalla Fondazione Banco Alimentare Onlus e dalla Compagnia delle Opere Impresa Sociale. Sarà possibile in quell’occasione aiutare concretamente i poveri del nostro Paese che, secondo le ultime rilevazioni Istat (ottobre 2007), sono il 12,9% della popolazione italiana. In oltre 7600 supermercati più di 100.000 volontari, inviteranno le persone a donare alimenti non deperibili – preferibilmente olio, omogeneizzati ed alimenti per l’infanzia, tonno e carne in scatola, pelati e legumi in scatola - che saranno distribuiti a oltre 1.480.000 indigenti attraverso i più di 8,500 enti convenzionati con la rete Banco Alimentare (mense per i poveri, comunità per minori, banchi di solidarietà, centri d’accoglienza, ecc.). In occasione della “Colletta Alimentare” del 2007 oltre 5 milioni di italiani hanno donato più di 8900 tonnellate di cibo per un valore economico pari a 26.299.000 euro. L'obiettivo di questa edizione della Colletta è quello di sensibilizzare ancora di più le persone a questo gesto di carità e alla condivisione dei bisogni di chi è in difficoltà. Per introdurre al significato della Colletta Alimentare, viene proposta una frase che sottolinea il valore educativo dell’iniziativa: La durezza del tempo presente colpisce ormai tutto il nostro popolo. La solitudine e la fragilità dei legami familiari e sociali rendono le persone ancora più povere, in uno scenario economico già allarmante. In questa situazione, il semplice gesto di carità cristiana, che è il condividere la propria spesa con il più povero, è come “accendere un accendino nel buio”. L’estraneità e la paura sono sconfitte, può nascere un’amicizia che rilancia nella realtà col gusto di essere nuovamente protagonisti, sostenendosi nella quotidiana fatica del vivere. La Giornata Nazionale della Colletta Alimentare è resa possibile grazie alla collaborazione con l’Associazione Nazionale Alpini e la Società San Vincenzo De Paoli, e gode dell’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, del patrocinio del Segretariato Sociale della Rai e della Giornata Mondiale dell'Alimentazione. Per informazioni su quali punti vendita aderiscono all’iniziativa oppure su come dare la propria disponibilità per fare il volontario è possibile chiamare lo 02.896.584.50 oppure visitate il sito www.bancoalimentare.it. Si ringraziano: Intesa Sanpaolo-Banca Prossima, Fastweb, Aurora, Comieco, FNM Per ulteriori informazioni: Francesco Lovati cell. 334.64.08.185 ufficiostampa@bancoalimentare.it
Redazione mercoledì 12 novembre 2008 Prendete un iMac, Ubuntu 8.10 e Mac OsX 10.5. Questi gli ingredienti di base per la “ricetta” hi tech di oggi: il confronto tra i due open source. I test sono stati eseguiti usando un Mac Mini con processore Intel Core 2 Duo T5600 a 1.83GHz, scheda madre con grafica integrata, 1 GB di memoria DDR2 e hard disk da 80 GB. Attraverso la piattaforma Phoronix Test Suite, Intrepid Ibex e Leopard sono stati messi a confronto, misurando le performance OpenGL, la velocità di accesso al disco e al database SQLite, le prestazioni in ambiente java, nell’encoding audio/video e nella compilazione.
Il “match” si chiude in sostanziale parità: da segnalare il risultato di Intrepid Ibex a 64 bit, che ormai si può considerare un prodotto pienamente maturo. Al di là delle prestazioni, quindi, a fare la differenza tra i due sistemi operativi sono alcuni aspetti: l’usabilità generale e la presenza di applicativi professionali, che consentono a OsX di avere una diffusione decisamente più ampia sia tra l’utenza dekstop che in ambito lavorativo.
Ubuntu 9.04 - Ufficializzata la roadmap di Jaunty Jackalope, la futura Ubuntu 9.04. La prima Alpha sarà pronta il 20 novembre. L’11 dicembre ci sarà poi l' incontro degli sviluppatori, l’Ubuntu Developer Summit (UDS), quest’anno nella sede di Google a Mountain View (California), durante il quale verranno finalizzate le specifiche di questo nuovo ciclo di sviluppo. La sesta e ultima Alpha vedrà la luce il 12 marzo, poco prima della versione Beta, attesa per il 26. La Release Candidate è prevista per il 16 aprile e una settimana dopo, il 23 aprile, dovrebbe arrivare la versione definitiva. Velocità di avvio, reattività del sistema e integrazione tra l’ambiente desktop e i servizi web-based dovrebbero essere gli aspetti di Ubuntu 9.04.
Wubi 8.10 – Rilasciata la nuova realase dell'os che consente di installare Ubuntu su Windows in un clic. È sufficiente selezionare attraverso una semplice interfaccia lo spazio da riservare all’installazione, la variante preferita tra Ubuntu, Kubuntu e Xubuntu, il linguaggio predefinito e impostare poi le informazioni sull’account perchè Wubi effettui il download dell’immagine ISO e completi automaticamente il processo di installazione, creando una partizione virtuale all’interno del disco e configurando il bootloader in modo che l’utente possa scegliere all’avvio il sistema operativo da usare. Anche la rimozione avviene in maniera facilissima attraverso il pannello di Installazione Applicazioni di Windows, come per un normale programma. Oltre all’incredibile semplicità di utilizzo, Wubi offre vantaggi rispetto ad un live CD o alla virtualizzazione, permettendo di accedere al disco in lettura e scrittura e di usare appieno il proprio hardware.
Ai bordi estremi della realtà fisica, c'è un sipario che la natura stende sui suoi confini ultimi. Condizione necessaria per l'emergere della vita e dell'uomo. Dal mondo della scienza un'ipotesi affascinante
È innegabile, c'è un ignoto. I geografi antichi tracciavano quasi una analogia di questo ignoto con la famosa "terra incognita" con cui terminava il loro grande foglio; ai margini del foglio segnavano "terra incognita". Ai margini della realtà che l'occhio abbraccia, che il cuore sente, che la mente immagina, c'è un ignoto. (Luigi Giussani)
Fin qui giungerai e non oltre, e qui s'infrangerà l'orgoglio delle tue onde. (Giobbe 38, 1.8-11)
Come i navigatori di un tempo si procuravano le migliori imbarcazioni per solcare rotte ignote, così oggi i ricercatori utilizzano per le loro indagini gli strumenti più potenti che la tecnologia possa loro offrire. Molto di ciò che possiamo conoscere del mondo naturale dipende dall'adeguatezza dei mezzi che utilizziamo per osservarlo. Il rovescio della medaglia è che scienziati e pionieri di ogni epoca devono fare i conti con l'imperfezione degli strumenti che di volta in volta hanno a loro disposizione. Anche la più robusta caravella o il più potente acceleratore di particelle hanno prestazioni limitate, e questo limite segna a sua volta la soglia di quanto è possibile esplorare. Ogni limite strumentale appare tuttavia provvisorio, incalzato da nuove e più potenti tecnologie, raggiunte via via con ritmi crescenti. Nel campo della scienza, il confine dell'ignoto appare così in sistematica, inesorabile ritirata sotto i colpi dell'indagine della ragione, potentemente armata da tecnologie sempre più sofisticate. Tanto che al cosiddetto uomo moderno è parso che, in fondo, non vi fosse alcuna limitazione alla conoscenza della natura, e che addirittura una "conquista finale" fosse possibile e a portata di mano. Erano in molti, a metà dell'Ottocento, ad applaudire al dilagante trionfalismo scientista, espresso per esempio dalle parole lapidarie del chimico francese Berthelot: «L'universo non cela più oggi alcun mistero». Ma in questo secolo sono affiorati alcuni "scogli" di natura diversa. Non più barriere dovute a limitazioni strumentali, ma limiti che appaiono scritti nella natura stessa. Gli esempi più famosi di questo genere di limite fondamentale sono emersi nell'ambito logico-matematico, ad esempio con il teorema della incompletezza di Goedel, e il teorema di non-computabilità di Touring. Anche la fisica ha toccato situazioni analoghe, in particolare con il principio di indeterminazione di Heisenberg e il limite della velocità della luce di Einstein, che segnano le nuove frontiere, le colonne d'Ercole poste ai bordi estremi della realtà fisica: "l'infinitamente piccolo" e "l'infinitamente grande".
Nebulosa del Granchio: residuo Supernova.
Partita a tennis Ivanisevich, il famoso campione di tennis, è in grado di battere il servizio imprimendo alla pallina una velocità che supera i 200 km all'ora. Si capisce che, se ben angolato, un colpo del genere è destinato a fruttare un ace anche quando dall'altra parte c'è un altro grande giocatore. Immaginiamo di vedere l'azione alla moviola. Se fermiamo il fotogramma appena dopo il colpo possiamo valutare accuratamente, magari con l'aiuto di un computer, la posizione e la velocità della pallina, e prevedere se anche questa volta Ivanisevich si aggiudicherà un servizio vincente. A parte i limiti tecnici e strumentali dell'osservazione, idealmente possiamo conoscere in modo esatto la posizione e la velocità della pallina in un certo istante, e di qui prevedere perfettamente la dinamica dell'azione. Tuttavia nel mondo delle particelle elementari le cose vanno in modo assai più vario e imprevedibile. In particolare le partite da tennis, per le quali si utilizza un elettrone come pallina, tengono gli spettatori continuamente col fiato sospeso. Nel 1927 Werner Heisenberg dimostrò, infatti, che non è possibile conoscere simultaneamente la velocità e la posizione di un elettrone o di qualunque altra particella elementare. C'è un compromesso inevitabile che lo spettatore deve accettare: se vuole conoscere meglio la posizione della "pallina", deve perdere qualcosa nella precisione con cui ne conosce la velocità, e viceversa. Al limite, la conoscenza esatta della posizione è a scapito della ignoranza assoluta della velocità. Non si tratta di un problema "tecnico": anche se la nostra telecamera fosse perfetta, non saremmo mai in grado di prevedere se il nostro tennista subatomico farà un altro ace.
L'estremamente piccolo Così la natura mostra un argine alla nostra possibilità di determinarne gli aspetti più profondi. In termini quantitativi questo argine è espresso dalla costante di Planck: è il suo valore che segna, per così dire, il grado di questa indeterminazione. Il valore della costante di Planck è estremamente piccolo (nel sistema più usato in fisica, basato sui grammi, i centimetri e i secondi, essa equivale a una parte su 6,6 miliardi di miliardi di miliardi), il che spiega come mai i suoi effetti non sono percepibili nella nostra esperienza ordinaria. Tuttavia, per quanto piccolo, il valore della costante di Planck non è nullo: questo fatto limita, non solo in pratica, ma anche in linea di principio, la nostra possibilità di misurare, e anche di immaginare e descrivere adeguatamente le proprietà fisiche dei singoli mattoni fondamentali che costituiscono la materia. «Quando si tratta di atomi, il linguaggio può solo essere usato come in poesia», parola di Niels Bohr, uno dei padri della meccanica quantistica. Le tecniche attuali ci consentono di misurare la velocità della luce con grande precisione: 299.792 km al secondo. Si raggiunge la Luna in poco più di un secondo, Marte nel tempo di un caffè. La teoria della relatività, oggi suffragata da una moltitudine di evidenze sperimentali, ci indica poi che questa velocità segna un record definitivo, imbattibile: nessun messaggio fisico può propagarsi con una velocità superiore a quella della luce. Trecentomila chilometri al secondo vuol dire oltre un miliardo di chilometri all'ora. È una velocità inconcepibile alla nostra immaginazione, eppure si tratta di una velocità finita. Questo fatto ha una conseguenza radicale sulle nostre possibilità di osservare il cosmo. Numerose evidenze astrofisiche accumulate in questi decenni mostrano che l'universo ha una storia finita nel passato, una storia che ha preso il via da uno stato di estrema densità e temperatura e anche di estrema semplicità, in un'epoca che risale a circa 15 miliardi di anni fa. Se la velocità della luce è finita, ed è anche la massima velocità possibile in natura, questo significa che nell'intero arco di tempo della storia dell'universo un qualunque messaggio fisico può avere coperto solo una certa distanza: enorme ma limitata.
Orizzonte cosmologico Qual è la conseguenza per noi? La conseguenza è che c'è un limite ultimo e irrevocabile alla profondità dello spazio che possiamo osservare, così come c'è un limite temporale all'età di ogni realtà fisica. Non importa quanto potenti sono i nostri telescopi o quelli che potremo costruire in futuro: non è un problema di tecnologia, ma di come la natura è fatta. Si può stimare che la massima distanza da cui possiamo ricevere "qualcosa" è di circa 1023 km (centomila miliardi di miliardi di chilometri). Oggi le nostre osservazioni si avvicinano a questo "orizzonte cosmologico" (come viene definito anche tecnicamente), ma non potremo mai spingere lo sguardo oltre tale orizzonte. C'è un sipario che la natura stende sui suoi confini ultimi. La regione dell'universo accessibile alla nostra osservazione è inesorabilmente limitata dal valore finito della velocità della luce. «L'universo non cela più oggi alcun mistero», si diceva un secolo fa. Ma sembra preistoria. Il valore finito della costante di Planck (piccolissimo, ma non uguale a zero) e della velocità della luce (grandissimo, ma non infinito) testimoniano il carattere "inarrivabile" della realtà fisica. La scienza moderna ci confida che neppure strumenti perfetti consentirebbero di spingere le nostre osservazioni al di là di certe sponde. La ricerca scientifica promette di proseguire indomita la sua avventura, ma sempre lasciando ultimamente incompiuto il suo affresco del mondo fisico. Così, proprio come i navigatori di un tempo, ai margini delle nostre mappe dell'universo accessibile tracceremo sempre il dominio di una "terra incognita", analogia affascinante dell'Oltre, segno forte dell'insondabile Mistero che abbraccia tutto e ogni cosa.
Le colonne d'Ercole Ma oggi abbiamo anche incominciato a renderci conto di un altro fatto fondamentale. I valori assunti in natura dalla velocità della luce e dalla costante di Planck svolgono un ruolo cruciale nella struttura e nell'evoluzione dell'universo fisico. Il valore di queste costanti determina l'importanza relativa delle forze fondamentali che controllano la catena ininterrotta di eventi cosmici che portano, ultimamente, alle particolarissime condizioni fisiche necessarie per l'emergere della vita e dell'uomo. Addirittura, una differenza anche minuscola nel valore dell'una o dell'altra avrebbe avuto conseguenze catastrofiche sull'evoluzione della struttura dell'universo, nefaste per la possibilità di sostenere esseri viventi al suo interno. Il valore finito di queste due costanti, che da una parte "vela" i fattori ultimi del mondo fisico, dall'altra è indispensabile affinché noi possiamo essere qui, ammirati, a parlarne. Come ha scritto il cosmologo John Barrow, «la finitezza della velocità della luce è uno degli elementi che rendono la vita nell'universo possibile, e potrebbe essere uno degli elementi che rendono possibile l'universo stesso. Ironicamente è anche uno degli elementi che impediscono agli esseri viventi di conoscere i segreti ultimi». Siamo così condotti a un affascinante paradosso: le medesime circostanze fisiche che rendono l'universo accogliente per l'uomo, implicano contemporaneamente un livello ineliminabile di incompiutezza nella nostra possibilità di misurare e scandagliare l'universo stesso. Così, inaspettatamente, la presenza di quelle mitiche colonne dov'Ercole segnò li suoi riguardi/ acciò che l'uom più oltre non si metta» (Inferno, XXVI, 107) si rivela essere in un rapporto misterioso e profondo con la possibilità stessa della nostra vita di creature coscienti. Un universo vivibile deve avere necessariamente una "terra incognita".
L'Associazione Culturale "La Finestra sul Lago" ha presentato
Un Paese a Sei Corde
Chitarre sul lago d'Orta
12 concerti in collaborazione con l'Unione dei Comuni del Cusio
Con il concerto di Tony McManus di sabato scorso, 27 settembre, si è chiusa l’edizione 2008 di Un Paese a Sei Corde. Una serata speciale, protagonista forse il miglior chitarrista celtico del mondo.
Sul palco, in sala di registrazione o dietro un banco di regia, Tony McManus porta con sé un profondo rispetto per la musica tradizionale. Ovunque lo porti il suo viaggio, possiamo stare sicuri che si tratterà di un percorso affascinante. E non ha certo deluso le aspettative, nella bella cornice della chiesa di S. Albino a Pella. Due ore intense, con un concerto che è un viaggio nella cultura chitarrista mitteleuropea e nord americana.
Dodici concerti articolati su un programma che è durato tre mesi e ha visto impegnati ventitre artisti, con eventi che hanno toccato alcune delle più belle località dei comuni del Cusio. La terza edizione di Un Paese a Sei Corde è stata senza dubbio caratterizzata dall’ottima affluenza di pubblico in tutte le occasioni, segnando una buona maturazione della proposta e del lato organizzativo. La parentesi al femminile ha sicuramente interessato i cultori della chitarra classica e ha sorpreso anche chi segue principalmente i chitarristi acustici. Non resta che scoprire quali saranno le novità per la prossima edizione.
Tutti gli appuntamenti, per tutto il programma della rassegna, sono stati a ingresso gratuito, grazie al patrocinio e al contributo della Regione Piemonte, della Provincia di Novara (Assessorato alla Cultura), dell’Unione dei Comuni del Cusio e delle Fondazioni Comunità del Novarese ONLUS e Banca Popolare di Novara per il Territorio. Grazie a tutti coloro che ci hanno seguito con costanza e con passione, grazie alle istituzioni che ci hanno sostenuto con i loro contributi e grazie a tutti i collaboratori (giornalisti, fotografi e musicisti) che con grande professionalità ci hanno consigliato sia in corso di progettazione che in corso d'opera.
Se volete ripercorrere a ritroso il cammino di questa rassegna visitate www.unpaeseaseicorde.it, dove ritroverete il programma completo della manifestazione, le foto e le news degli artisti, i link ai loro siti, le immagini, i video e tanto altro.
In un angolo remoto della Fiera di Rimini accade qualcosa di straordinario: il Blues Brother "Blue Lou" Marini, che oltre alla leggendaria band ha collaborato con i più grandi musicisti rock, blues e jazz, si alza dalla sedia di relatore e improvvisa una danza a ritmo di musica, di fronte a un pubblico incredulo. Nell'aria, le note introduttive del suo nuovo lavoro discografico. Ma di che stiamo parlando? Facciamo un passo indietro: Milano, Politecnico, fine anni Ottanta. Un gruppo di universitari, amici per la pelle, inizia un'avventura: riproporre lo show dei fratelli Blues per raccogliere fondi in beneficenza. Gli anni passano, l'amicizia cresce e la famiglia si allarga a nuovi componenti. La BBBand ne ha passate di tutti i colori tra concerti, incontri, storie, amicizie. Insieme si decide di dare forma legale e maggior dignità all'opera iniziata, e allora si fonda l'associazione Blues for People. Nel 2004, proprio al Meeting di Rimini, avviene l'incontro travolgente con Lou Marini. Il musicista coglie immediatamente lo spirito ironico e vivace della band, e nasce una bella amicizia. I “ragazzi”, che già sanno di aver ricevuto tanto, non smettono tuttavia di sognare in grande, e nel 2007 azzardano una proposta geniale e incredibile: chiedono a Lou di ri-armonizzare i più famosi canti popolari italiani in chiave rithm'n'blues, funky... insomma come li suonerebbero i Blues Brothers. E lui che fa? Accetta! Torniamo al presente: “Blue Lou” Marini, Marco “Elwood” Ricotti, Carlo “Jake” Fumagalli e Ciccio “Cab” Celant raccontano al pubblico del Meeting non tanto un progetto discografico, quanto la storia di un'amicizia bella e inaspettata, che a visto il gruppo di musicisti addirittura condividere le vacanze. C'è spazio per qualche domanda alla leggenda del sax.
Qual è stata la prima reazione all'idea dell'album? Quale il metodo di lavoro? E che giudizio dai a posteriori? Lou Marini non si lascia pregare, e racconta tutta la storia: «Sono canzoni bellissime, ma all'inizio ne conoscevo soltanto una. Mi domandavo: come farò? Ma poi mi accorsi che tutti quei ritornelli, una volta ascoltati, non escono più dalla testa, hanno una forza incredibile; così mi sono innamorato del progetto e mi sono appassionato a quelle vecchie canzoni italiane. Le fischiettavo di continuo passeggiando per New York pensando a come dargli nuova veste, pur volendone rispettare la melodia originale, senza stravolgerle. È stato un lavoro affascinante, di grande creatività. Poi abbiamo inciso la sezione ritmica a Brooklyn con altri colleghi della Original Blues Brothers Band: c'era tanta allegria, anche perché non ero il solo di origine italiana... Infine sono partito per Milano, e la BBBand ha pensato a voci, cori e tutto il resto. Il mio metodo è quello di dare la massima libertà creativa a tutti gli artisti. Solo così nascono le buone idee. In questo album c'è un non so che di ironia, un certo spirito indefinibile che lo rende unico, allegro, divertente, tutto da ballare. E questo in un periodo in cui si produce tanta roba volgare e deprimente. Sono molto contento del risultato finale». Il lavoro discografico, di cui ancora non si rivela il nome, è ormai quasi del tutto concluso, ma i pochi secondi ascoltati (e il ballo intrigante di Lou) infiammano il pubblico, che canta in coro e batte le mani a ritmo di musica. E pensare che si trattava dell'arcinota “Uva Fogarina”... Forse non si era mai visto tanto entusiasmo e partecipazione nel cantarla! Si dovrà tuttavia attendere l'autunno per l'uscita ufficiale dell'album. Nel frattempo non bisognerà perdere di vista il sito della band (www.bluesforpeople.com – attivo entro pochi giorni). Insomma una storia in cui la realtà supera di gran lunga ogni immaginazione. Davvero questi ragazzi, per citare il loro motto, “Non mandano mai a casa nessuno scontento”. A partire da loro stessi.
Il capitolo primo di san Giovanni contiene la memoria di coloro che l’hanno seguito subito. Su un foglio, qualcuno di loro ha annotato le prime impressioni e i tratti del primo momento in cui il fatto accadde. Il primo capitolo di san Giovanni, infatti, contiene un seguito di appunti che sono proprio appunti di memoria. Uno dei due, diventato vecchio, legge nella sua memoria gli appunti rimasti. «Quel giorno Giovanni stava ancora là con due discepoli. Fissando lo sguardo su Gesù che passava disse...». Immaginatevi la scena, dunque. Dopo 150 anni che lo aspettavano, finalmente il popolo ebraico, che sempre, per tutta la sua storia, per due millenni, aveva avuto qualche profeta, qualcheduno riconosciuto profeta da tutti, dopo 150 anni finalmente il popolo ebraico ebbe di nuovo il profeta: si chiamava Giovanni Battista. Ne parlano anche altri scritti dell’antichità, è documentato storicamente, quindi. Tutta la gente - ricchi e poveri, pubblicani e farisei, amici e contrari - andava a sentirlo e a vedere il modo con cui viveva, al di là del Giordano, in terra deserta, di locuste e di erbe selvatiche. Aveva sempre un crocchio di persone attorno. Tra queste persone quel giorno c’erano anche due che andavano per la prima volta e venivano, diciamo, dalla campagna - veramente venivano dal lago, che era abbastanza lontano ed era fuori del giro delle città evolute -. Erano là come due paesani che per la prima volta vengano in città, spaesati, e guardavano con gli occhi sbarrati tutto quel che stava attorno e soprattutto lui. Erano là con la bocca aperta e gli occhi spalancati a guardare lui, a sentire lui, attentissimi. Improvvisamente uno del gruppo, un giovane uomo, se ne parte, prende il sentiero lungo il fiume per andare verso il nord. E Giovanni Battista immediatamente, fissandolo, grida: «Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato dal mondo!». Ma la gente non si mosse, erano abituati a sentire il profeta ogni tanto esprimersi in frasi strane, incomprensibili, senza nesso, senza contesto; perciò, la maggior parte dei presenti non ci fece caso. I due che venivano per la prima volta ed erano là che pendevano dalle sue labbra, che guardavano gli occhi suoi, seguivano i suoi occhi dovunque girasse lo sguardo, hanno visto che fissava quell’individuo che se ne andava, e si sono messi alle sue calcagna. Lo seguirono stando a distanza, per timore, per vergogna, ma stranamente, profondamente, oscuramente e suggestivamente incuriositi. «Quei due discepoli, sentendolo parlar così, seguirono Gesù. Gesù si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbi, dove abiti?”. Disse loro: “Venite a vedere”». «E andarono, e videro dove abitava, e si fermarono presso di lui tutto quel giorno. Erano circa le 4 del pomeriggio». Uno dei due, che avevano udito le parole di Giovanni Battista e lo avevano seguito, si chiamava Andrea, ed era il fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo proprio suo fratello Simone, che tornava dalla spiaggia - tornava o dalla pescagione o dal rassettare le reti necessarie al pescatore - e gli dice: «Abbiamo trovato il Messia». Come ha fatto a dire: «Abbiamo trovato il Messia»? Gesù, parlando loro, avrà detto questa parola, che era nel loro vocabolario; perché dire che quello fosse il Messia, “in quattro e quattr’otto”, sarebbe stato impossibile. Si vede che, stando là ore e ore ad ascoltare quell’uomo, vedendolo, guardandolo parlare - chi è che parlava così? Chi aveva mai parlato così? Chi aveva detto quelle cose? Mai sentite! Mai visto uno così! -, lentamente dentro il loro animo si faceva strada l’espressione: «Se non credo a quest’uomo non credo più a nessuno, neanche ai miei occhi». Ma immaginate quei due che lo stanno a sentire alcune ore e poi dopo devono andare a casa. Lui li congeda e se ne tornano zitti. E poi si dividono: ognuno dei due va a casa sua. Non si salutano, non perché non si salutino, ma si salutano in un altro modo, si salutano senza salutarsi, perché sono pieni della stessa cosa, sono una cosa sola loro due, tanto sono pieni della stessa cosa. E Andrea entra in casa sua e mette giù il mantello, e la moglie gli dice: «Ma, Andrea, che hai? Sei diverso, che ti è successo?». Immaginate lui che scoppiasse in pianto abbracciandola, e lei che, sconvolta da questo, continuasse a domandargli: «Ma che hai?». E lui a stringere sua moglie, che non si è mai sentita stretta così in vita sua: era un altro. Era un altro! Era lui, ma era un altro. Se gli avessero domandato: «Chi sei?», avrebbe detto: «Capisco che son diventato un altro... dopo aver sentito quell’individuo, quell’uomo, io sono diventato un altro». Ragazzi, questo, senza troppe sottigliezze, è accaduto.
Figuriamoci un paesino di montagna, alcuni decenni fa. Un'unica mulattiera unisce il villaggio al paese più grande, giù a fondo valle. Non c'è un medico stabile, ma c'è il comune, con un sindaco. Tutti vivono del bosco, qualche gallina, qualche mucca, nessun nesso col mondo. Un paesino chiuso, degradato. Nell'unica casa un po' bella del paese una famiglia venuta dalla città viene a stabilirsi. Un signore e una signora molto distinti, due bambini. Sono gentilissimi, ma tutto il villaggio si ritrae di fronte a loro. Li spiano dalle fessure delle persiane quando passano, nell'unica botteguccia del paese non accettano alcun tipo di conversazione, nessuno li saluta. Accade un giorno che un abitante del paese si infortuna gravemente. La signora è medico e si adopera in tutti i modi fino alla sua completa guarigione. Così il ghiaccio si rompe e via via, molto lentamente, si crea non tanto un affiatamento a parole, ma un affiatamento pratico. Anche lui si rende disponibile a ogni necessità: un camino si rompe, un macchinario da riparare..., quel signore di città sa sempre come intervenire. «Sarà un ingegnere», dicono tra loro in paese. Lui la sera andava sempre nell'unica osteria del villaggio dove gli uomini giocavano a carte avvolti in una nuvola di fumo. E, dapprima, se ne stava lì a guardare, poi nell'impaccio generale chiede di poter giocare anche lui, e gli uomini del paese scoprono che è anche un ottimo giocatore. Insomma, dopo qualche settimana quella era la famiglia più amata del paese. Una domenica, mentre stavano giocando a carte, si interrompe per raccontare di quando aveva viaggiato nella Terra del Fuoco e tutti se ne stavano lì con le carte in mano e la pipa in bocca ad ascoltarlo, perché parlava in modo affascinante, sapeva una infinità di cose. A un certo punto il più vecchio di tutti tira fuori la pipa dalla bocca, mette giù le carte e dice: «Senti, tu devi rispondere alla nostra curiosità. Molti fra noi dicono che sei un ingegnere, molti dicono che sei uno scienziato, altri dicono altre cose. Ma tu chi sei? Come fai a essere così bravo in tutto, a sapere tante cose?». Allora lui dice: «Amici, adesso che siamo veramente in confidenza ve lo posso dire. Però non dovete tradirmi, perché per una serie di ragioni la mia posizione è delicata nei confronti della legge, e se si sapesse che sono qui mi arresterebbero subito. Io sono il re del Portogallo in esilio». A nessuno lì nell'osteria viene in mente di mettere in dubbio questa risposta: la sua risposta, inimmaginabile, s'addiceva al suo tipo di persona.
Domenica 24 agosto 2008 - sabato 30 agosto 2008 si apre la ventinovesima edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli intitolata O protagonisti o nessuno vuole riflettere sul concetto di persona. La parola protagonista, che è una accezione positiva del concetto di persona, è molto usata nella nostra società; per questo motivo dobbiamo tenere nella giusta considerazione il contesto storico in cui viviamo.
Se ci domandassimo infatti chi è il protagonista oggi, per la mentalità comune, dovremmo necessariamente rispondere che stiamo parlando di un soggetto il cui scopo principale nella vita è il successo. Senza di esso ci si ritrova privati di una identità precisa, o meglio di quella possibilità di essere riconosciuti che, in qualche modo, sembra dare l’illusione di ‘esserci’ per davvero. Si tratta in altre parole di una omologazione che obbliga a seguire in tutto e per tutto le direttive della moda dominante: senza essere socialmente riconoscibili, del resto, oggi giorno non si esiste. Ma che tipo di uomo è quello che insegue a tutti i costi ciò che lo fa distinguere dagli altri? È il divo, ovvero l’uomo che si erge a Dio. Quest’ uomo, nel tentativo di essere libero, vuole possedere la realtà in assoluta autonomia; si ritrova invece schiavo delle circostanze, delle cose e, ovviamente, della riuscita. Tagliato il rapporto con la realtà, prigioniero dell’esito, l’uomo rimane in una condizione di passività umana che lo costringe ad esprimersi in un triste e vuoto formalismo .Ma un uomo che conta solo sulle sue forze è destinato, prima o poi, a fallire. L’esito inevitabile di questo processo è lo scetticismo e il cinismo.
Che cosa invece è più forte della riuscita, meno effimero del successo? Afferma don Luigi Giussani: “protagonisti non vuole dire avere la genialità o la spiritualità di alcuni, ma avere il proprio volto, che è, in tutta la storia e l’eternità, unico e irripetibile”. Il vero protagonista è infatti l’uomo stupito che fa la scoperta commovente -che scaturisce sempre da un preciso incontro con la realtà- di avere un volto unico e irripetibile. Un uomo libero: libero perché, quasi per una sorta di paradosso, è consapevole di essere legato all’origine della vita stessa, a quel disegno misterioso da cui intuisce che ogni cosa dipende. Un uomo religioso: capace di rapportarsi con la realtà tutta e che, ammettendo la categoria della possibilità, è disponibile ad una possibile rivelazione. Un uomo irriducibile: che non può accontentarsi di nessuna riduzione ideologica, né biologica né storicistica. Un uomo che conosce perché ama: abbracciando le persone e le circostanze della vita, quelle felici e quelle dolorose, vuole giudicare tutto nella continua ricerca del significato ultimo per cui la realtà è fatta.
Documenteremo con incontri, dibattiti, testimonianze, mostre e spettacoli, la dimensione di questo tipo di uomo che è l’unica e possibile rivoluzione per il nostro tempo. www.meetingrimini.org
Ecco un video fatto con le foto della serata ed estratti delle canzoni eseguite pubblicte sul forum di Rdrock
Di seguito invece potete leggere l'intervista che è stata fatta agli artisti dell' Rdrock Project che hanno suonato al Rosa Antico...
1) Perché uno dovrebbe ascoltare la tua musica?
Ivo: Me lo chiedo tutte le volte che scrivo una canzone. Forse la domanda giusta sarebbe "perchè DEVO far ascoltare la mia musica?" e in questo caso risponderei che è la forma migliore che ho trovato per raccontare me stesso agli altri, anche se agli altri magari di me interessa poco.
Giovanni: Già perché? Forse quello che si muove dentro di me ha a che fare con quello che si muove dentro ogni uomo, non lo so.
Francesco: Perchè non dovrebbe farlo ? Walter: Non c'è una ragione sola al mondo per cui uno DOVREBBE ascoltare la mia musica. Io suono e canto ormai da quasi trent'anni, e credo di averlo fatto quasi sempre in modo serio e preparandomi. Perciò quello che chiedo a chi mi sta di fronte quando suono è la stessa serietà che metto io suonando, sia che si tratti di coinvolgersi ballando, sia che si debba ascoltare. Ma nessuno è costretto a questo, ha sempre la libertà di non ascoltare.
2) Cosa vuol dire per te suonare in acustico?
Ivo: Vuol dire proporre musica in una situazione che aiuta l'ascolto.
Giovanni: Non lo so, è una sfida che ci ha lanciato Ivo, io sono sempre scazzato quando suono da solo perché penso al fatto che ho smesso di studiare approfonditamente la chitarra per prendermi quella cazzo di laurea in fisica. E fare quattro accordi mi risulta leggero solo se sono un po' in aria, grazie al vino, o se sono in compagnia, spesso anche lì in aria, a cantare le belle canzoni di una volta, ma con la mia musica è tutta una partita aperta
Francesco: My soul and my guitar naked on stage.
Walter: E' forse la dimensione che prediligo, perché trovo che si riescano a proporre le canzoni (proprie o cover) senza ulteriori orpelli, in una maniera, almeno per me, vicina a come le canzoni sono nate. Poi mi piace molto anche pensare agli arrangiamenti, strutturare e scrivere parti per altri strumenti, così come mi piace molto, per certe canzoni, il suono elettrico. Ma molti degli artisti a cui sono più legato si sono sempre mossi in territori acustici, e questa deve essere la ragione principale per cui questo mondo mi affascina così.
3) Cosa vuol dire per te suonare all RdRock project?
Ivo: Vuol dire condividere con degli amici musicisti la stessa passione e le stesse esigenze.
Giovanni: Vuol dire condividere con altri amici una passione, it's easy!
Francesco: Amicizia.
Walter: Rimettermi di fronte a quello che ho prodotto, magari senza proporlo così di sovente, e vedere se è valido, se posso cantare e suonare quel materiale in pubblico. Eppoi è un'occasione di confronto con altre persone, con le loro diverse modalità compositive, con i loro mondi di riferimento.
4) Quale tra le tue canzoni non smetteresti mai di suonare e perchè?
Ivo: "Rosa da cercare", perché è una canzone sulla "gratuità" e sulla "ricerca"
Giovanni: Posso dire anche quali non smetterei mai di cantare? si, grazie! "Little wing", perché mi piace. Poi "stay" degli u2 perché è geniale nella sua carica sentimentale e "amore dammi quel fazzolettino" perché la cantava mia mamma quando ero piccolo e mi ricorda la bellezza di quando ero piccolo e la sera c'era il tizio barbuto che leggeva il meteo.
Francesco: Oddio, dipende dai periodi. Adesso "Le Mani", ma perchè non ho ancora capito come arrangiarla.....
Walter: Per il mio ipercriticismo nei confronti di me stesso, non sono fra quelli che continuamente suonano e risuonano le proprie canzoni... Fra tutte forse LA MUCCA CAMILLA è quella che propongo e ripropongo senza stancarmi mai. E funziona ancora, dopo 10 anni, con tutti i tipi di pubblico.
5) Beatles o rolling stones?
Ivo: Beatles forever! La genialità dei quattro baronetti è a tutt'oggi insuperata!
Giovanni: WHO!
Francesco: Rolling Beatles. Fikus eh?
Walter: Beatles tutta la vita.
6) Quello che suoni è il genere che vorresti suonare?
Ivo: Non sempre. Suono il genere che, con le mie limitate capacità, mi permette di farmi ascoltare senza far grossi danni.
Giovanni: SI, ECCHECCAZZO!
Francesco: Si. Più o meno.
Walter: Quando mi capita di proporre le mie canzoni, le propongo come le voglio realizzare io. Per il resto suono musica di tutti e due i generi, Country e Western.
7) Tra gli artisti dell'rdrock project con chi ti piacerebbe collaborare?
Ivo: Con tutti! Sono tutti ottimi artisti! E con alcuni ho già collaborato (Walter e Frank)
Giovanni: vorrei cantare le canzoni di Ivo!
Francesco: Tutti ma per motivi diversi.
Walter: Ho già collaborato con Ivano a molti livelli, con Francesco invece non ho mai suonato. Diciamo che anche la maniera di scrivere di Giovanni mi interessa, e avendo il tempo necessario mi piacerebbe mettere le mani su una delle sue canzoni e lavorarla un po'. Is it correct enough?
8) Come inizia il processo di scrittura di una canzone?
Ivo: Inizia con l' "avere qualcosa da dire". Se non ho nulla da raccontare, posso stare mesi senza scrivere una canzone, ma questo per me sarebbe segno che sto vivendo una vita piatta.
Giovanni: il Daimon si sveglia e fa tutto lui. Veramente arriva così, imprevisto. mi viene in mente Rebora:
"...verrà d'improvviso, quando meno l'avverto: verrà quasi perdono di quanto fa morire, verrà a farmi certo del suo e mio tesoro, verrà come ristoro delle mie e sue pene, verrà, forse già viene il suo bisbiglio."
Francesco: Di solito comincia la canzone. Un po' come con le donne..... illuso chi crede di essere lui a cominciare!
Walter: Nelle maniere più diverse, da una frase, musicale o di testo; da un'idea ritmica; da qualche spunto in seguito a una lettura... Per quanto mi riguarda, in quasi tutte le canzoni che ho scritto è nato prima il testo completo, poi la musica. Per questo mi risulta relativamente più semplice musicare un testo altrui, al limite adattandolo un po'.
9) Chi sono i tuoi riferimenti musicali?
Ivo: Oggi ascolto tantissimi generi diversi, ma guardo molto a Dave Matthews. Tempo fa privilegiavo gli U2 e Vasco Rossi, e molta musica italiana degli anni 70 e 80.
Giovanni: pearl jam. Poi ascolto di tutto, in sto periodo sono in scimmia col fado, e sto consumando il cd live del 1991 "lisboa" dei madredeus. Il 3 luglio vado a vedere teresa salgueiro? Venite?!!
Francesco: Tutto e di più. Praticamente nessuno.
Walter: Pat Metheny, Weather Report, Oregon; Michael Hedges, Ani Di Franco, Dave Matthews; John Martyn fra il '70 e il '73, Nick Drake, Lucio Battisti, Beatles, John Mayer e un milione di altri.
10) Cosa ti ha spinto a scrivere musica e cosa vuoi comunicare?
Ivo: E' stato il mio amico Sandro Talia a spingermi a scrivere canzoni, ma la musica del mio amico Claudio Chieffo ha avuto su di me un fascino tale che devo a lui questa grande necessità che ho di mettere insieme parole e musica. Racconto in musica la mia esperienza di vita, anche se magari la mia vita non è poi così interessante!
Giovanni: Bisogna che chieda a Dio di farmelo capire di più, in questi anni ho giudicato poco, tutto istinto, ma spero di imparare. Comunque ho un bisogno, di qualcosa, e la musica mi aiuta a tirare fuori questo bisogno, non so, devo farlo però. Devo scrivere.
Francesco: Necessità. Comunicare le pieghe della realtà.
Walter: Mah, in genere si comunica ciò che si vive. Sia scrivendo canzoni che brani strumentali. Non saprei che altro aggiungere. Si vive nel momento in cui si guarda ciò che accade e si prova a leggerlo, a focalizzarlo, a giudicarlo e a farlo diventare un testo con musica o semplicemente un brano musicale. Si vive anche nel momento in cui si suona, e quello che hai scritto diventa performance, viene eseguito e trasmesso ad altri che ascoltano. Si cerca di vivere e di trasmettere un’emozione, non nel senso effimero ed epidermico in cui si intende oggi, da Xfactor a venire in giù, ma nel senso vero, che ha la stessa radice di com-mozione, qualcosa dentro di te che si muove, e muove qualcosa di profondo anche nell’altro che ascolta. Questo può avvenire (spero) con una mia canzone, con una cover rock, con un canto alpino o con una ninna nanna siciliana. Basta imparare ad ascoltare senza pregiudizi.
L'abisso nero del cielo, oltre le stelle e le galassie, porta il segno dell'origine. Un astrofisico, Marco Bersanelli, fa il punto sulle ricerche cosmologiche più avanzate. Trattando il suo oggetto con serietà, la scienza si imbatte in un fattore che deve riconoscere come «oltre». Glielo impone la fedeltà al metodo
«Perché la notte è buia?». Pare una di quelle domande di un bimbo di tre o quattro anni, che di fronte a qualunque cosa non sa trattenere quella strana paroletta: «perché?». Eppure, presa sul serio, questa domanda porta a conseguenze notevoli per la comprensione della struttura dell'universo su grande scala e sulla sua evoluzione nel tempo. In altre parole, è una domanda cosmologica. La cosmologia è il ramo dell'astrofisica che ha come oggetto (unico, per definizione) l'intero universo fisico. La cosmologia non ha come scopo lo studio dei pianeti, le nebulose, le stelle o le galassie; bensì l'insieme di tutte queste cose. Sulla domanda del nostro bambinetto ha riflettuto seriamente Olbers nel 1826. Egli si rese conto che se l'universo fosse infinito e riempito in modo più o meno uniforme di sorgenti luminose (stelle, galassie), allora il fondo del cielo invece che nero ci dovrebbe apparire luminoso, tanto brillante quanto la superficie del sole, e la temperatura ovunque nell'universo sarebbe di migliaia di gradi. Sarebbe un universo davvero poco ospitale. Ma evidentemente, e per fortuna, le cose non stanno così.
Circa un secolo dopo, nel 1929, Hubble fece la scoperta che può essere considerata la base della cosmologia moderna. Hubble osservò con grande cura e tenacia le galassie più distanti osservabili con i telescopi allora disponibili, e di ciascuna misurò la distanza e la velocità. I risultati del suo studio mostravano un fatto sconvolgente: le galassie si allontanano le une dalle altre con una velocità tanto più grande quanto maggiore è la loro distanza reciproca. Per cogliere la situazione possiamo immaginare un palloncino gonfiabile, tutto giallo con dei piccoli pois rossi. Quando il palloncino viene gonfiato, i puntini rossi si allontanano gli uni dagli altri proprio come le galassie nell'universo. È nella natura stessa dello spazio (palloncino giallo) il fatto di non essere una realtà statica, ma in continua espansione. In un certo senso le galassie sono «ferme» nello spazio (come i pois sono fissati sulla plastica gialla), ma lo spazio nel quale si trovano si dilata. Così Hubble scoprì il primo fondamentale fatto che, sommato a una grande quantità di altre evidenze accumulate dalla ricerca astrofisica negli ultimi 60 anni, ha rivoluzionato la nostra visione cosmologica: l'universo fisico nel suo insieme non è una realtà statica ed immutabile, ma è in moto. Viviamo in un cosmo che muta nel tempo, che ha un passato, un futuro, una storia. Il fatto che il cosmo debba essere guardato come una realtà in movimento rende piena giustizia alla parola «uni-verso»: suggerisce che l'unità del tutto è convogliata in una direzione, verso uno scopo.
La scoperta fondamentale di Hubble è all'origine del modello del Big Bang, proposto per la prima volta da George Gamow nel 1946. Se l'universo si espande significa che nel passato la stessa quantità di energia e materia doveva essere contenuta in un volume più piccolo. Di conseguenza la temperatura e la pressione dovevano essere sempre più grandi via via che ci spingiamo indietro nel passato. Il grande esercizio della cosmologia moderna è dunque quello di studiare la fisica dell'universo andando a ritroso nel tempo cosmico, considerando situazioni sempre più estreme di densità e temperatura. Ma, se le cose stanno così, a che punto siamo di questa storia cosmica? Dalla osservazione della velocità con cui si espande è possibile calcolare l'età dell'universo: esiste un tempo finito nel passato in cui la distanza tra due punti qualunque dello spazio (due puntini rossi sul palloncino) tende a zero. Questo tempo corrisponde a circa 15 miliardi di anni fa. Alla fine degli anni Quaranta, a conclusione di un originalissimo studio teorico, Gamow e i suoi due studenti Alpher e Hermann si convinsero che poteva essere rinvenuta una traccia diretta dell'esistenza di una fase iniziale della storia dell'universo caratterizzata da una altissima temperatura. I loro risultati avevano portato a prevedere l'esistenza di un residuo di energia, oggi debolissima ma ancora osservabile, proveniente direttamente dal bollente universo primordiale. Ma ci volle un puro imprevisto perché la verità emergesse. Non erano i tempi di Internet o di World Wide Web, sicché non molti vennero a sapere dei lavori di Gamow. Di sicuro non ne sapevano niente, quindici anni dopo, Penzias e Wilson del Bell Laboratory, che stavano facendo dei test su una grossa antenna per telecomunicazioni. Nel corso delle loro misure registrarono un modesto «eccesso di segnale». I due scienziati non trascurarono questo fatto apparentemente marginale, ma lo guardarono dritto in faccia. Inizialmente attribuirono il fenomeno a un difetto della loro antenna. Una attenta analisi, tuttavia, mostrò che né gli strumenti né sorgenti astronomiche note potevano spiegare quell'effetto. Penzias menzionò l'episodio a un suo amico dell'università di Princeton, il quale gli suggerì la possibilità che si trattasse di un segnale di origine cosmologica, come Gamow aveva previsto. Fu in questa maniera che Penzias e Wilson si resero conto di aver captato per la prima volta quello che è stato chiamato l'eco del Big Bang, una traccia diretta dell'universo primordiale, e che ha fatto fare un balzo incredibile alla cosmologia negli ultimi trent'anni. Per questa scoperta nel 1978 Penzias e Wilson ricevettero il premio Nobel. Per capire meglio di che si tratta basta guardare un oggetto qualunque. Per esempio, il vaso di fiori che sta di fronte a me, a tre metri di distanza. Siccome la luce viaggia a 300 mila chilometri al secondo, la luce che parte dal vaso di fiori in un dato istante raggiungerà i miei occhi un centomilionesimo di secondo dopo: un tempo molto piccolo, nessuno se ne accorge, neanche i più pignoli. Se ora alzo lo sguardo e vedo la luna, la luce che vedo è partita effettivamente dalla luna circa un secondo fa. Nel caso del sole il ritardo è di 8 minuti. Noi vediamo le cose come erano nel passato, con un ritardo tanto più pronunciato quanto più distante è l'oggetto: dobbiamo concedere alla luce il tempo di attraversare la distanza che ci separa da esso. Noi oggi vediamo le stelle come erano decine, centinaia, o migliaia di anni fa. Le galassie sono tanto distanti che la luce ha impiegato molti milioni di anni per raggiungerci. Le galassie più distanti ci mandano un segnale che è partito oltre 10 miliardi di anni fa. Se andiamo oltre, il messaggio che riceviamo proviene da un passato così profondo che le stelle e le galassie ancora non avevano avuto il tempo di formarsi ed emettere la loro energia: è questo che spiega perché il cielo è oscuro! Infine, dal fondo «ultimo» del cielo riceviamo una immagine di come l'universo era nella sua prima infanzia, circa 15 miliardi di anni fa. A causa dell'espansione dell'universo, l'energia che oggi riceviamo è molto inferiore a quella emessa in quel lontano passato: essa è equivalente a una temperatura di circa 3 gradi sopra lo zero assoluto. Questo è il segnale che Penzias e Wilson hanno registrato: una sorta di luce fossile (il «Fondo Cosmico») che ha viaggiato per 15 miliardi di anni prima di raggiungerci, e che perciò ci porta un messaggio diretto sulle condizioni fisiche dell'universo primordiale. L'abisso nero del cielo, oltre le stelle e le galassie, porta il segno dell'origine. A causa della estrema debolezza del segnale cosmico gli esperimenti possono essere fatti solo da regioni isolate - per evitare interferenze - e con una atmosfera particolarmente trasparente (come certe montagne desertiche o il centro dell'Antartide). Le condizioni ideali per queste misure sono però date dallo spazio. Nel 1992 il satellite Cobe ha fatto la prima vera e propria mappa globale dell'universo primordiale, misurando con grande sensibilità il «Fondo Cosmico» in tutte le direzioni.
Dunque la regione più estrema che possiamo direttamente osservare corrisponde a un'epoca in cui l'età dell'universo era circa un ventimillesimo di quella attuale: se paragoniamo l'età dell'universo attuale all'età di un adulto di 50 anni, ciò equivale alle prime 20 ore di vita. Osservazioni dirette di quanto è avvenuto prima non sono possibili, perché in epoche precedenti la temperatura era tanto elevata da sbriciolare gli atomi in protoni ed elettroni. In queste condizioni l'universo è opaco: la luce non può attraversare liberamente lo spazio. È come se ci fosse un velo sui primissimi drammatici avvenimenti. Ma anche dietro il velo, indirettamente, qualche forma si intravvede. Ci sono vari fenomeni fisici accaduti nei primissimi minuti di vita dell'universo che sono noti e descrivibili con ragionevole sicurezza, le cui tracce indirette sono osservabili tutt'oggi. In particolare, dopo circa 3 minuti di espansione, il miscuglio uniforme di particelle e di radiazioni che riempiva l'universo doveva avere una temperatura di circa un miliardo di gradi, e si trovava in condizioni del tutto analoghe a quelle esistenti all'interno di un nucleo stellare: come se l'universo, per un certo breve periodo, si fosse trovato in una fase di «stella totale». In quella fase primordiale le stesse reazioni termonucleari che oggi fanno risplendere il nostro sole devono aver prodotto elio e altri elementi leggeri secondo quantità che possono essere valutate con calcoli accurati. Ebbene, le osservazioni astronomiche confermano la presenza di una componente cosmologica di elementi leggeri secondo le abbondanze previste. Questo fatto è un altro dei pilastri osservativi fondamentali che sostengono l'attuale ricostruzione cosmologica. Andando a tempi ancora più primordiali (e quindi a energie ancora più elevate) lo studio della cosmologia si connette in modo forte con le conoscenze che derivano dall'infinitamente piccolo: la fisica delle particelle elementari. Infatti, quando i fisici fanno scontrare, ad esempio, fasci di protoni e antiprotoni ad alta energia, in un grande acceleratore di particelle, riproducono in un piccolissimo volume condizioni simili a quelle che dovevano esistere ovunque nell'universo primordiale. Negli anni più recenti si sono formulate ipotesi teoriche che descrivono le primissime frazioni di secondo di vita dell'universo, quando le dimensioni dell'attuale universo osservabile dovevano essere circa quelle di una arancia.
Dunque l'universo ha una storia, e come ogni storia anche quella cosmica sembra avere avuto un punto di partenza. Questo è, in estrema sintesi, l'ipotesi per il futuro. Tuttavia, alla domanda: «Che cosa accadde all'inizio?» la cosmologia non dà risposte. Via via che ci avviciniamo a quel punto limite le variabili fisiche che usiamo per descrivere l'universo assumono valore infinito, e le equazioni su cui ci siamo appoggiati per compiere tutti i passi intermedi che ci hanno fatto giungere fino a questo punto perdono di significato. Lo spazio e il tempo, e con essi l'energia (di cui la materia è una forma) sembrano emergere da un evento alle soglie del quale la scienza ci conduce, ma che la scienza non afferra. È uno di quei punti di frontiera in cui la scienza, trattando il suo oggetto particolare con serietà e secondo il proprio metodo, va a cozzare contro un fattore della realtà che essa stessa, per rimanere coerente, deve riconoscere come «oltre», come «inconcepibile». Questa situazione caratterizza sempre la conoscenza scientifica, ma forse emerge in modo più suggestivo quanto più è «fondamentale» l'oggetto in questione. Del resto ciò non riguarda solo l'origine della realtà fisica nel senso cosmologico (storia e passato), ma anche l'origine della realtà fisica nel presente. Se torno a guardare il vaso di fiori che ho nella mia stanza, sono ancora davanti allo stesso mistero: di che cosa è fatto?
Siamo giunti all’8a edizione, ed anche quest’anno Omegna sarà la tappa Italiana dell’Acro Word Cup .
Sul lago d’Orta ancora una volta i migliori piloti acrobazia al mondo si contenderanno il trofeo Acroaria sia nella classificaSOLO sia nel SYNCHRO.
Il motto di ACRAORIA è sempre stato “Acrobazia e Fantasia” per questo anche in questa edizioneoltre alla competizione di acrobazia la faranno da padrone altre manifestazioni legate al volo.
Cinque eventi caratterizzeranno ACROARIA 08:
ACROARIA Coppa del Mondo di acrobazia in Volo- Parapendio e Deltaplano Cosa possiamo dire di una delle manifestazioni più conosciute al mondo di acrobazia? Presenti tutti i migliori piloti al mondo di ACROBAZIA, gara FAI ct. 2, valevole come punteggio Acro-Word Cup. Gara sia SOLO che Syncro
ACROARIA SHOW Il volo oltre ogni “limite”, manifestazione di una sola manche dove i piloti sono ”liberi” di esprimersi non ponendo limiti alla propria fantasia…. Si può sconfiggere la forza di gravita? Vedendo le acrobazie di questi piloti sembrerebbedi si!!!
Per i più piccini…..e non… dopo l’enorme successo della scorsa edizione circa 1.000 aquiloni costruiti ….
2° AQUILONI IN PIAZZA Il successo della scorsa edizione con il traino di un treno di aquiloni sul lago ci spinge anche quest’anno a riproporre l’evento con un’attenzione sempre più marcata verso i bambini. Infatti Aquiloni in piazza darà la possibilità a tutti di costruirsi il proprio aquilone, con che cosa? Solo ed esclusivamente con la busta della spesa o il bistrattato sacco dei rifiuti….faremo volare anche loro…
4° FLY FILM FESTIVAL Ancora la FANTASIA IN GIOCO…. Con la rassegna di filmati del volo e della montagna. Visione al pubblico nel tendone “cinema” tutte le sere.
PROGRAMMA provvisorio
GIOVEDI’ 14 AGOSTO Ore 9.00 Apertura tendone ristoro Ore 15.00 - 19.00 Selezione piloti partecipanti alla gara 1 giornata COPPA DEL MONDO DI ACROBAZIA Manche SOLO Voli con atterraggi sulla zattera Ore 20,00 cena al tendone ristoro. Serata con musica dal vivo
VENERDI’ 15 AGOSTO Ore 9.00 apertura tendone ristoro Ore 11-19 2° giornata COPPA DEL MONDO DI ACROBAZIA IN VOLO AQUILONI IN PIAZZA - Voli con atterraggi sulla zattera Ore 20,00 cena al tendone ristoro. Serata con musica dal vivo
SABATO 16 AGOSTO Ore 9.00 apertura tendone ristoro Ore 11-19 3° giornata COPPA DEL MONDO DI ACROBAZIA IN VOLO Voli con atterraggi sulla zattera AQUILONI IN PIAZZA ESIBIZIONE TRENO DI ACQUILONI AL TRAINO Ore 20,00 cena al tendone ristoro. Serata con musica dal vivo
DOMENICA 17 AGOSTO Ore 9.00 apertura tendone ristoro Ore 11-18 4° giornata COPPA DEL MONDO DI ACROBAZIA IN VOLO – finali ACRO-SCHOW AQUILONI IN PIAZZA ESIBIZIONE TRENO DI ACQUILONI AL TRAINO Voli con atterraggi sulla zattera Ore 19.00 premiazione Ore 20,00 Cena al tendone ristoro Serata con musica dal vivo
LUNEDI' 18 e MARTEDI 19 AGOSTO Tutto il Team ACROARIA e parte dei piloti si trasferiranno a Torino sul lago di Aviglina per l'effettuazione dei test-Event dei WAG World Air Game che si terranno a Torino il prossimo anno. Un altro evento da non perdersi.....
Associazione Sportiva VOGLIA DI VOLO 28887 Omegna (VB) Italy Via F.lli di Dio n°89 Tel./Fax. +39.323.866120 Cell. 339.8408583
Testo di Bomber Daniele Bottoni - Musica di Ivano Conti
Non pretendere che io sia diverso dalla polvere dei libri in cui mi son perso Il mio mondo vive ancora nonostante la fatica nel vedere che ogni volta crolla ciò che ho costruito
una radio accesa grida tutto il giorno tra un pezzo idiota e un quiz che non ricordo e nel traffico son solo e faccio a pugni con me stesso per difender quel che sono da ciò che invece vorrei adesso
stringo forte le mie mani sento il vento fragile sugli occhi per scoprire che son salvo solo quando tu mi tocchi e la musica comincia a farsi strada nel mio cuore tanto attesa e inaspettata... tanto attesa e inaspettata.
frasi pronunciate senza dire una parola c’è un racconto da me scritto, ma non vola! i sorrisi dei miei bimbi che mi chiedono una storia sono io che ora ti guardo; so che adesso so volare
ma non pretendere che io sia diverso dalla storia che amo e dal mio essere disperso sento i passi sul sentiero che attraversa il mio dolore e sono qui, ci passo in mezzo e alla fine c'è il tuo amore
stringo forte le mie mani sento il vento fragile sugli occhi per scoprire che son salvo solo quando tu mi tocchi e la musica comincia a farsi strada nel mio cuore tanto attesa e inaspettata... tanto attesa e inaspettata.
Questo brano sarà presentato in anteprima al secondo Rdrock Project al Rosa Antico Club a MIlano il 16 Luglio
Riporto con molto piacere questo articolo di Lorenzo Fassoni pubblicato su avenire domenica 22 Gougno
Chissà se un giorno arriverà ad uguagliare la sua ispiratrice, la "consorella" belga, quella Westvleteren 12 giudicata da esperti del settore «la miglior birra al mondo», prodotta nell’abbazia trappista di Saint Sixtus, nelle Fiandre occidentali. Già, perché dalla Cascinazza, comunità monastica di ispirazione benedettina situata a Buccinasco, a pochi chilometri da Abbiategrasso (Mi) e poco distante dal fiume Ticino, da poche settimane è uscita la prima birra italiana prodotta da religiosi che hanno fatto dell’ora et labora il proprio stile di vita. In questo caso, accanto alla pratica spirituale, vi è il lavoro particolare della produzione di una birra artigianale già in vendita in diverse parti d’Italia. Non che l’accoppiata "monaci-birra" debba essere considerata astrusa: fu proprio all’interno degli ambienti benedettini, a cavallo dell’VIII e IX secolo che, grazie al perfezionamento del metodo di produzione della birra e all’aggiunta del (determinante) ingrediente del luppolo, si arrivò ad una produzione birraia su larga scala. Se la bevanda bionda era, fino ad allora, un prodotto tipico delle genti del Nord, consistente in un misto liquido di cereali fermentati, ma con un lasso di conservazione molto ridotto, fu l’interesse e la perspicacia dei monaci del Medioevo che ne mutò l’essenza. Infatti, la prima attestazione che indica il luppolo come ingrediente per la birra, guarda caso, risale ad un documento del monastero benedettino francese di Saint- Denis nel 768; già nel IX secolo, poi, nella piantina dell’abbazia benedettina di San Gallo, in Svizzera, sono indicate tre stanze adibite alla produzione della birra. E, giusto l’anno scorso, il sito internet specializzato Ratebeer ha indicato nella Westvleteren 12 la birra più buona al mondo. E al Priorato di San Pietro e Paolo, sorto nel 1971 a due passi da Milano con l’intento di vivere il Vangelo in stile benedettino e secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II, ecco che si rinverdisce la tradizione di «dare gloria al Signore attraverso un lavoro ben fatto», come ha ricordato l’esperto di gastronomia Paolo Massobrio, il quale ha aiutato i monaci della Cascinazza nei primi passi della loro nuova attività di birrai. Sono questi ultimi a spiegare così le caratteristiche della Cascinazza Amber, la prima birra di produzione monastica nel Belpaese: «La genuinità delle materie prime, attentamente selezionate, l’alta fermentazione, un lungo tempo di maturazione e la rifermentazione in bottiglia conferiscono alla Birra Cascinazza un notevole profilo aromatico. La lavorazione artigianale non seguita da nessun processo di filtrazione, stabilizzazione o pastorizzazione garantisce al consumatore la fruizione di un prodotto "vivo", il cui gusto si evolve e si affina nel tempo». Ogni anno dalla Cascinazza usciranno 35 mila bottiglie che finiranno nei 17 punti vendita sparsi, con notevole celerità, su tutto lo Stivale, da Bergamo a Roma passando per la Liguria e il Piemonte (l’intero piano degli store monastici è consultabile su www.birracascinazza.it). La scheda tecnica della Amber parla di una birra doppio malto, dal profumo aromatico «molto interessante, fruttato, con delle note aromatiche speziate»; grado alcolico 6,4, bottiglie da 75 cl, da servirsi tra i 10° e i 12° C. Alla rivista Il mondo della birra i religiosi della Cascinazza hanno anche raccontato la genealogia del loro apprendistato di birrai. Quando tre anni fa pensavano a nuove attività lavorative per sostenere la propria comunità, una proposta inaspettata è giunta loro da Ambrogio De Ponti, presidente dell’Associazione lombarda dei produttori ortofrutticoli: «Producete birra!». Interessati dalla cosa, un paio di monaci benedettini milanesi hanno fatto armi e bagagli per soggiornare un po’ di tempo proprio dai "maestri" trappisti di Saint Sixtus, dove si produce la mitica Westvleterene anche in altri monaseri nordici come Achel e Chimay. Dopo un periodo di apprendistato e un certo tempo di pratica "domestica", gli stessi benedettini hanno frequentato un corso all’università di Udine per apprendere i fondamenti della tecnologia birraia. Di qui la costruzione di un impianto "su misura" per lo spazio monastico lombardo. E la birra benedettina ha ora preso il via per l’intero Bel Paese.
Chitarre sul lago d'Orta 12 concerti in collaborazione con l'Unione dei Comuni del Cusio
Ultimo appuntamento per la prima fase di Un Paese a Sei corde, che ripartirà poi alla fine di agosto con un¹altra serie di concerti di eccellente livello. Ma sabato 5 luglio, presso la Sala Polivalente di Pogno, da non perdere l¹esibizione del Wine&Guitar Clan. Dario Fornara con Alex di Reto - Giulio Redaelli - Gabriele Posenato - Paolo Adami - ospite Francesco Biraghi Non solo musica. Un concerto per un'iniziativa benefica, attiva ormai da diversi anni, per sostenere la casa famiglia dei Salesiani di Bacau, in Romania, impegnati nel recupero dei bambini che vivono sulla strada. Vino, ottima musica e solidarietà: da non perdere! Come racconta sempre Gabriele Posenato nei suoi concerti, tutto è cominciato una sera di novembre del 2002. Paolo Adami, il suo fido violinista, che fa anche l'animatore salesiano, quell'estate era andato a lavorare in una missione a Bacau in Romania, dove un suo amico sacerdote era stato mandato per il recupero dei bambini di strada. Quella sera, finite le prove, raccontò della sua esperienza e chiese cosa si potesse fare per dare una mano. Di fatto è bastato unire il lavoro di Gabriele, il vino, e la sua grande passione, la chitarra, per cercare di raccogliere fondi con dei concerti dove il pubblico, invece di pagare un biglietto, potesse acquistare delle bottiglie di vino offerte da cantine coinvolte nell'iniziativa. Il ricavato, ovviamente, in beneficenza. Coinvolto subito anche Reno Brandoni, "papà" di fingerpicking.net, che ideò il logo e fece stampare delle magliette che sono diventate un oggetto di culto tra i navigatori del sito. E' davvero stupefacente cosa si possa combinare, semplicemente, con una chitarra tra le mani, una buona bottiglia di vino sulla tavola e un po' di voglia di fare.
E inoltre:
VENERDI¹ 4 LUGLIO Con il patrocinio dell'Assessorato al Turismo della Provincia di Novara, ³Crociera con concerto sul Lago D'Orta² con partenza e ritorno a San Filiberto (Pella) alle 21.30. Protagonisti due chitarristi "d'assalto" Valter Tessaris e Ray Heffernan VENERDI¹ 4 E SABATO 5 LUGLIO Performance dei writer Paik One e Psiko a Pogno, "Il paese dei muri dipinti": realizzazione di un murales su due pareti esterne della Sala Polivalente sul tema della rassegna DA MARTEDI¹ 1 A DOMENICA 6 LUGLIO Spazio Ascolto a Orta nel Palazzotto dell'Università della Riviera, in Piazza Motta. Tutti i giorni dalle 16 alle 20, l'etichetta discografica fingerpicking.net curerà uno spazio di ascolto delle sue produzioni e un mini-palco sul quale si esibiranno alcuni degli artisti dell¹etichetta.
Tutti gli appuntamenti, per tutto il programma della rassegna, sono a ingresso gratuito, grazie al patrocinio e al contributo della Regione Piemonte, della Provincia di Novara (Assessorato alla Cultura), dell¹Unione dei Comuni del Cusio e delle Fondazioni Comunità del Novarese ONLUS e Banca Popolare di Novara per il Territorio.
Per informazioni: Lidia 328.4732653, Domenico 347.4683319, oppure visitate www.unpaeseaseicorde.it dove troverete il programma completo della manifestazione, le foto e le news degli artisti, i link ai loro siti, le immagini delle scorse edizioni e tanto altro.
Un evento è qualcosa che rimane impresso negli occhi e nel cuore di chi vi partecipa e di chi vi assiste. Da quasto punto di vista il primo Rdrock Project al Legend 54 è stato proprio questo, un evento di tale impatto che in tutti si è manifestato il desiderio di replicarlo. E' quindi con grande piacere che vi voglio annunciare questo secondo grande appuntamento con la musica autentica, (quella che non ha bisogno di contratti, di programmi televisivi fatti ad hoc... o di interpreti impeccabili per poter essere espressa). Il secondo Rdrock Project si terrà il 16 Luglio al Rosa Antico Club di Milano (Viale Pasubio 14) . Vi rimando come sempre al sito dell'evento per ogni informazine in merito www.rdrock.it e al sito del locale www.rosa-antico.it Inoltre, per dar maggiore voce agli artisti che vi parteciperanno, saranno distribuiti dei volantini dove essi si sono messi personalemnte in gioco rispondendo ad un questionario che contribuirà a mettere in luce le ragioni che li spingono a fare musica.
Ecco l'elenco degli artisti che si esibiranno durante la serata e che, sullo stile della precedente edizione si esibiranno rigorosamente in acustico.
Walter Muto, con un bassista e un percussionista Francesco D'Acri, one man band Giovanni De Cillis, con musicisti vari Ivano Conti, con bassista, chitarrista e percussionista
Detto questo..., non mi resta altro da fare che invitarvi tutti all'evento segnalandovi tra le altre cose che Il Rosa Antico è anche un ottimo ristorante e sarà possibile mangiare prima e durante la serata.
A Ciao a tutti, Pubblico questo post per segnalarvi gli altri appuntamenti dell' iniziativa" Chitarre sul lago d'Orta".
Ancora grande musica per Un Paese a Sei Corde, che raddoppia l’appuntamento per il prossimo week-end con due serate e due coppie di artisti di livello assoluto.
Venerdì 27 giugno si esibiranno a Orta, nel giardino del Municipio, Giancarlo Schinina e Joe Valeriano, con apertura della serata di Vladimiro Canato, vincitore lo scorso anno del contest indetto dall’associazione La Finestra sul Lago.
Sabato 28, invece, nel cortile della Casa Medioevale di Pettenasco sarà la volta di Enrico Negro e Claudio Farinone.
Giancarlo Schinina cantante, chitarrista di talento e leader della Level Blues Band, è uno dei pochi bluesman di casa nostra capaci di catturare l’essenza della musica afroamericana senza risultare una sterile copia dei maestri d’oltreoceano. Uno dei più seri e longevi bluesmen italiani
Joe Valeriano Esponente di punta del rock-blues italiano, è considerato uno dei migliori chitarristi blues nostrani. La sua quasi trentennale attività musicale indica senza alcun dubbio la sua grande passione per il rock e blues, ed è supportato dal consenso del pubblico che è presente nei suoi concerti, dalle numerose manifestazioni di stima ed affetto nei suoi confronti.
Enrico Negro nel 1997 entra a far parte del gruppo Tendachent (erede della storica Ciapa Rusa), con cui svolge un'intensa attività concertistica in tutta Europa e pubblica un Cd dal titolo "Ori Pari" (ed. Folkclub-Ethnosuoni 2000), nello stesso anno è chiamato nelle fila dell'ensemble "Le Vijà" (Le Veglie), gruppo la cui creazione è stata espressamente commissionata dalla Regione Piemonte con il preciso intento di rappresentare la cultura piemontese nel mondo. Dal 1998 ricopre il ruolo di chitarrista nello spettacolo, sul tema della Via Francigena, "Il Viaggio di Sigerico"; in cui la Banda Osiris, che firma la regia dello spettacolo, guida un manipolo di musicisti italiani, francesi, inglesi e spagnoli riuniti a formare la prima Orchestra Europea di Musica Tradizionale. Nel 1999 prende parte al progetto transfrontaliero "Dona Bela" con il cantante provenzale Renat Sette ed il ghirondista Maurizio Martinotti. Nel 2000 lavora alla realizzazione dello spettacolo "Canti dalle Terre del Riso", prodotto dal Comune di Vercelli e dall'Ass. Culturale Ethnosuoni. Ha pubblicato nel 2005 “Rosso Rubino”, il suo primo disco come solista di chitarra acustica, accolto con favore da critica e pubblico.
Claudio Farinone è diplomato in chitarra al Conservatorio di Musica G.B. Martini di Bologna sotto la guida di Maurizio Colonna, tra le maggiori figure del concertismo classico internazionale. Fa parte del Quartetto di chitarre Torres, formazione cameristica che si occupa della divulgazione della musica per quartetto di chitarre attraverso brani originali e personali trascrizioni. Nel 2007 ha preso parte ad un progetto basato sull’interazione tra poesia e musica con l’attore David Riondino e il violoncellista Paolo Damiani su testi del poeta italiano Ernesto Ragazzoni. Oltre ad una ventennale esperienza didattica come docente di chitarra e musica da camera, è fondatore e direttore artistico dell’etichetta discografica KLE con la quale ha pubblicato i suoi lavori. E’ conduttore radiofonico alla Rete 2, canale culturale della Radio Svizzera Italiana.
Le serate, come tutte le altre in programma nella rassegna, sono a ingresso gratuito, grazie al patrocinio e al contributo della Regione Piemonte, della Provincia di Novara, dell’Unione dei Comuni del Cusio e delle Fondazioni Comunità del Novarese ONLUS e della Banca Popolare di Novara per il Territorio.
Per informazioni ulteriori informazioni: Lidia 328.4732653, Domenico 347.4683319, oppure visitate su internet il sito www.unpaeseaseicorde.it, dove troverete il programma completo della manifestazione, le foto e le news degli artisti, i link ai loro siti e le foto dei concerti delle scorse edizioni e tanto altro.