mercoledì, dicembre 07, 2016

La storia di un popolo raccontata nei canti

Era il 1872 quando nasceva il corpo degli Alpini, che ben presto dava vita a una enorme tradizione canora. «In quei testi c’è tutta la nostra origine. Da queste storie c’è molto da imparare»

Le Truppe Alpine hanno avuto origine nel 1872, quando il giovane Regno d’Italia dovette affrontare il problema della difesa dei nuovi confini terrestri, che dopo l’infelice guerra del 1866 contro l’Austria, coincidevano quasi interamente con l’arco alpino.
L’unità d’Italia con Roma capitale era da poco compiuta ed il nuovo stato si trovava a dover affrontare una situazione internazionale molto delicata per il riaccendersi di tensioni con la Francia e con la potente monarchia Asburgica, ancora potenzialmente ostile dopo la cessione del Veneto all’Italia.

La mobilitazione dell’Esercito e la difesa del territorio nazionale erano state, fino allora, previste nella pianura padana in corrispondenza del vecchio Quadrilatero perché le Alpi, nella concezione strategica del tempo, non erano ritenute idonee a operazioni di guerra.

L’idea di affidare la difesa avanzata della frontiera alpina ai valligiani del posto anziché ricorrere a truppe di pianura, che oggi appare semplice e logica, a quei tempi era assolutamente originale, quasi rivoluzionaria.
L’ideatore del Corpo degli Alpini fu l’allora capitano di Stato Maggiore Giuseppe Domenico Perrucchetti, nato a Cassano d’Adda, in provincia di Milano il 13 luglio 1839 (a vent’ anni fuggì dalla Lombardia, allora sotto la dominazione austriaca, per arruolarsi volontario nell’esercito Piemontese).
Da quel momento ha inizio la storia di un valoroso corpo dell'esercito, una storia fatta di battaglie, guerre in trincea, reclutamenti in Italia, missioni all’estero. 
Ma la storia di questo corpo non può fare a meno di considerare una delle espressioni più belle che questi ha saputo partorire: il canto. 
Il repertorio musicale degli Alpini è enorme, «anche se in realtà è raro trovare canzoni scritte apposta dal corpo stesso: i soldati adattavano le musiche popolari, cambiando le parole in base alle situazioni che vivevano». A spiegarci l’importanza di queste musiche è Mauro Pedrotti, direttore dello storico coro Sat in un intervista rilasciata al settimanale Tempi (www.tempi.it) del 2012, in occasione dei festeggiamenti per i Centoquaranta anni di storia degli Alpini. 
Un gruppo nato a Trento su iniziativa dei fratelli Pedrotti (di cui Mauro è nipote) negli anni Venti. E che è giunto fino ai nostri giorni alternando voci e direzioni, e facendo un gran lavoro di ricerca, recupero e armonizzazione del patrimonio musicale alpino, favorito anche dalla nascita di una Fondazione e di una Scuola per cantori e direttori. Con Pedrotti abbiamo voluto celebrare il compleanno degli Alpini riscoprendo il valore del loro repertorio canoro.

Desidero riportare qui l'intervista a Mauro Pedrotti, perchè ben testimonia un bellissimo pezzo di storia italiana, attraverso un'esppressione artistica fatta da un popolo per un popolo. Qui è possibile trovare l'articolo originale con l'intervista

Pedrotti, perché il corpo degli Alpini è così legato ai suoi canti?
Gli Alpini sono originariamente gente di montagna: dal Piemonte fino al Friuli (e passando anche per l’Abruzzo) il reclutamento ha sempre pescato da zone di montagna, chiaramente soprattutto alpine. E qui il canto tipico era quello corale, piuttosto lento, senza strumenti. Questa è la tradizione canora da cui proviene il canto degli Alpini, che si è trasferita poi ai periodi di permanenza militare, sia in guerra che in pace.

Quando inizia ad affermarsi la tradizione del canto all’interno degli Alpini?
Abbiamo dei canti, come Mamma mia vienimi incontro, che risalgono al 1896, anno della guerra italiana in Abissinia. Il canto alpino in sé esiste come rielaborazione e riutilizzazione di canti popolari esistenti. È raro che ci sia un canto alpino nato tra gli Alpini: di solito sono canti popolari pre-esistenti adattati, soprattutto nel testo, alle situazioni che quei soldati si trovavano a vivere: in trincea, sotto attacco, in ritirata. È il caso, ad esempio, di La si taglia i biondi capelli: sicuramente esisteva già prima della guerra in molte regioni italiane. Noi abbiamo ritrovato una versione che arriva dal Veneto, e fa riferimento alla bella guerriera, presente anche nella tradizione lombarda. Ecco, qui si vede bene l’adattamento alla situazione che quel reparto si trovava a vivere in quel frangente.

Cos’ha da dire la storia degli Alpini al mondo di oggi?
Gli Alpini sono famosi per lo spirito di corpo, più di altre armate. Anche in questo gioca un ruolo chiave l’origine montanara e il carattere di questa gente: tranquillo, sobrio, abituato alle difficoltà del vivere. Questo andava oltre i confini regionali: era indifferente se uno era piemontese o friulano, l’unità era sempre la stessa. Questa è una caratteristica che è rimasta in vita anche dopo: quante volte l’Associazione Nazionale Alpini corre dove c’è bisogno (terremoti, frane, alluvioni), mettendo a disposizione il proprio lavoro e le proprie attrezzature? È un aspetto che continua a sopravvivere, nonostante non ci sia più la leva obbligatoria e le reclute siano di meno: l’Ana ha migliaia di soci, tutti fieri di farne parte.

I canti popolari degli Alpini esprimono una varietà enorme di sentimenti e situazioni: sono canti di festa, d’amore, di guerra… A quali si sente più legato? Cosa ama di più di questa musica?
Il canto che più amo e che più rispecchia, secondo me, i valori del corpo degli Alpini è Monte Canino. Si parla di una cima che ora sta in Slovenia, appena dietro il Friuli, dove si combatteva nella Prima Guerra Mondiale: il canto però non parla di battaglie, ma di «quel lungo treno che andava al confine», cioè dell’avvicinamento delle truppe al fronte. Non c’è alcuna euforia guerresca (come c’è in tanti altri canti Alpini), non c’è alcuna retorica: c’è solo una grande accettazione di quella che era la situazione di questi soldati, chiamati a combattere e lasciare casa e famiglia per andare sul fronte. Sono strofe cariche di nostalgia, senza alcun tipo di enfasi guerresca.

Col vostro coro, la scuola e la fondazione cercate di tenere in vita questa tradizione. Perché? Cosa apprezza di questa attività?
Abbiamo quasi il dovere di portare avanti questa storia. Il canto della Sat è stata un’invenzione felicissima fin dalle origini, che ha mosso decine, se non centinaia, di cori: nel secondo dopoguerra tantissimi gruppi sono nati seguendo il modo di cantare e dalle partiture messe a disposizione dalla Sat. A quell’epoca ben poco esisteva di canto armonizzato: il lavoro di questo coro ha quindi mosso la voglia di cantare di tanti. Poi magari hanno preso altre strade, con stili diversi, repertori più vari, ma la partenza è stata comune a tanti. Questo perché intorno alla storia della Sat si sono sommati alcuni elementi particolarmente proficui: una famiglia estremamente musicale pur non avendo un’educazione musicale specifica, alcune coincidenze come la conoscenza di Luigi Pigarelli e Antonio Pedrotti, la collaborazione di altri insigni musicisti come Benedetti Michelangeli. Da queste concomitanze così particolari è venuta fuori una storia unica, quella del coro Sat, che ha fatto cantare mezza Italia. Noi che siamo gli eredi ne sentiamo l’orgoglio e il dovere di portare avanti questa cosa: con questi canti tramandiamo storie e valori che oggi sono un po’ offuscati, ma che rimangono sempre famigliari alla gente. Mi stupisce sempre vedere, ad esempio, che cantiamo La pastora da ottantacinque anni, eppure abbiamo gente che si commuove ancora adesso. E poi c’è l’aspetto musicale: il coro Sat è stato il primo ad entrare in teatri dove il canto popolare non aveva mai messo piede, anche per un pregiudizio musicale. Il lavoro fatto ha permesso di elevare queste tradizioni a valori musicali assoluti. E questo si vede bene all’estero: quando facciamo concerti fuori dall’Italia la semplicità e la bellezza di questa musica è compresa ancora di più, perché svuotata delle sue caratteristiche storiche per cui viene gustata ancor di più in Italia.

Il canto popolare va sempre più perdendosi. È finito il fascino che poteva avere qualche decennio fa? Come tenere in vita questo pezzo di storia del nostro Paese?
Il canto popolare sparisce per diversi motivi, a partire dal fatto che non c’è più produzione di canto popolare. Una volta ci si ritrovava assieme dopo cena o dopo il lavoro per cantare insieme, e ognuno apportava variazioni, strofe nuove, magari sentite in un altro paese… Ecco, questo ormai non c’è più, i nostri figli fanno altro. Rimane però il valore che questi canti hanno: sono la rappresentazione in chiave moderna di quella che era la vita di una volta. E questo non si può dimenticare: lì sono le nostre origini, e il canto popolare è una delle migliori interpretazioni delle nostre origini. Il lavoro della Sat è proprio per tenere in vita questa storia, con grandissimo orgoglio.


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B-Droid, l'ape Robot alleato degli insetti

Arriva dalla Polonia e corre in aiuto degli insetti.
Dopo quattro anni di studi e test, gli ingegneri del Politecnico di Varsavia hanno messo a punto un'ape robotica in grado di raccogliere il polline e fertilizzare i fiori.
Si chiama B-Droid, come il famoso robottino di Star Wars, ed è un concentrato di tecnologia a metà strada tra un robot e un drone.
Il suo comportamento è regolato da un software che permette di impostarlo e consente l'analisi dei dati.
Grazie alle telecamere ed ai sensori "nascosti"nelle sfere rosa e blu, il piccolo robot è in grado di creare crea una mappa in 3D dell’area e individua gli obiettivi (in questo caso i fiori uno ad uno con una notevole precisione).
La fecondazione avviene grazie a un tampone che trattiene il polline e lo deposita solo a destinazione raggiunta.
''E’ ancora un prototipo” - precisa in un articolo dell'Università Rafal Dalewski, l’ingegnere a capo del team di ricerca - ''Dobbiamo lavorare ancora su tanti aspetti - spiega Dalewski -  uno dei quali è l'autonomia della batteria, perché ora dura solo pochi minuti''.
Non è il primo esperimento del genre per gli ingeneri polacchi, prima di B-Droid infatti era stato progettata un'Ape su rotelle' - che muovendosi via terra è in grado di svolgere le stesse, ma opera solo via terra. ''Il test è terminato a settembre e dalle piante su cui lo abbiamo sperimentato abbiamo ottenuto 165 semi contro i 23 prodotti dalle altre''. Risultati che lasciano sperare anche per la versione volante, dal momento che la tecnica di impollinazione è la stessa.
Qui si profilano i tratti di una sfida a colpi di "impollinatori" tra la Polonia e gli Stati Uniti, in quanto ad Harvard gli scenziati hanno dato vita a RoboBee, un mini robot simile a una zanzara con l'ambizione di assistere e sostituire l'uomo in lavori che vanno dall’impollinazione artificiale alla ricognizione in zone o situazioni pericolose.
Il team polacco però li ha battuti sul tempo perché RoboBee - non essendo dotato di batteria – non può ancora uscire dal laboratorio. Altro punto a favore di B-Droid è che nasce con una struttura già predisposta per l’impollinazione, mentre il robottino statunitense ha un corpo standard che per operare necessita di ulteriori adattamenti, come l'aggiunta di un tampone o di una telecamera.

L'Università di Varsavia punta a produrre i primi robot a partire dal prossimo anno, per passare alla produzione industriale entro il 2019. Si comincerà con la versione su ruote e seguirà quella volante. L’invenzione è particolarmente significativa se si tiene conto che la mortalità delle api e di altri impollinatori aumenta ogni anno e da loro dipende quasi il 90% delle specie di piante selvatiche e oltre il 75% delle colture alimentari.
Secondo il primo rapporto pubblicato dall’organismo dell'Onu per la biodiversità, l'Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES), il valore economico annuo degli impollinatori si aggira tra i 235 e i 577 miliardi di dollari. Tra tutti il più diffuso nel mondo, ma anche quello più a rischio estinzione, è l'ape occidentale che produce circa 1,6 milioni di tonnellate di miele l’anno. ''Il robot – conclude l’ingegnere - non punta a sostituire gli insetti, ma ad aiutarli nel loro lavoro. Anche perché ancora non siamo ancora riusciti a costruire un robot capace di produrre miele''.

Articolo originale su "Repubblica.it"

martedì, dicembre 06, 2016

Google e le energie rinnovabili

Inutile nasconderlo, ormai ci si rivolge a Google per ogni cosa... è diventato fin troppo facile ed immediato. Tutto questo però richiede una quantità incredibile di potenza di elaborazione, che tradotto in una parola significa "energia"
L'inesorabile aumento della potenza di calcolo dei server richiede il costante aumento dei consumi di energia, sebbene oggi nascano esempi di server farm Green (cioè in grado cioè di rispettare i canoni di sostenibilità e impatto Zero), come il complesso di ENI Green Data Center, il tema del consumo smodato di risorse energetiche da parte dei mega data center ed in particolare quelli di Google, è molto sentito.
Qui arriva, ed un po' sorprende la scelta del colosso di Mountain View, che ha dichiarato l'intenzione di voler diventare al 100% “green” fin dal prossimo anno.
L’obiettivo quindi è fissato: entro il 2017 l’intero fabbisogno energetico delle attività Google a livello internazionale sarà soddisfatto con energie rinnovabili, così da non pesare sull’ambiente e sfoggiare un profilo totalmente ecosostenibile. 
L'obiettivo in verità non è nuovo, ma frutto di una strategia iniziata già nel 2010 e che nel 2017 intende trovare compimento. Urs Holzle, senior vice president technical infrastracture di Google ha dichiarato «Siamo stati una delle prime aziende a creare, su larga scala, contratti a lungo termine per l’acquisto di energia rinnovabile in maniera diretta; abbiamo firmato il nostro primo accordo per l’acquisto di tutta l’energia elettrica da un parco eolico da 114-megawatt in Iowa, nel 2010 Oggi, siamo il più grande acquirente aziendale al mondo di energia rinnovabile, con impegni che raggiungono i 2,6 gigawatt (2.600 megawatt) tra energia eolica e solare. Si tratta di un valore più grande di quello di molte grandi aziende di utility e più del doppio rispetto ai 1.21 gigawatt che ci sono voluti per inviare Marty McFly nel futuro».
Gran parte dell’energia che alimenta i server Google proviene dall’eolico, mentre una piccola parte proviene dal fotovoltaico. Una scelta oculata per motivi tecnici: il fotovoltaico è una fonte che va completata con altre o con sistemi di energy storage, poiché l’alternarsi del giorno e della notte implica l’impossibilità oggettiva di alimentare i server con continuità. 
Il vento, per contro, è un sistema non costante, ma in qualche modo prevedibile e dimensionabile in base alle proprie necessità. 
Al momento Google si limita ad acquistare gran parte dell’energia di cui ha bisogno, ma in futuro intende produrne per sé, o acquistarla da progetti finanziati dai propri stessi acquisti.
E' assai probabile che un futuro a breve termine infatti l'azienda stessa provveda alla costruzione di nuovi impianti in grado di completare quelli dei fornitori attuali, aumentando sia la capacità produttiva complessiva, che l’efficienza generale dei sistemi di approvvigionamento.
Big G sottolinea la convenienza delle rinnovabili: "Nel corso degli ultimi sei anni il costo dell'energia eolica e solare è sceso rispettivamente del 60 e dell'80 per cento" e spiega la propria ambizione motivandola in parte con vere e proprie opportunità di crescita, ed in parte con un senso di responsabilità che non può venir meno nemmeno nel mondo privato: «La scienza ci dice che la lotta contro il cambiamento climatico è una priorità globale sempre più urgente. Crediamo che il settore privato, in collaborazione con i leader politici, debba prendere misure concrete importanti e che per quanto riguarda Google, siamo in grado di farlo in un modo che porta crescita e opportunità. Abbiamo la responsabilità di farlo – per i nostri utenti e per l’ambiente»
La compagnia ha all'attivo 20 progetti di energia rinnovabile, dalla regione cilena di Atacama alla Svezia. "Fino ad oggi, i nostri impegni di acquisto si tradurranno in investimenti infrastrutturali superiori ai 3,5 miliardi di dollari a livello globale, circa i due terzi dei quali negli Stati Uniti". 
Quella che all'inizio era una questione di "scelta", ora, agganciato l’obiettivo del 100%, il gruppo potrà far crescere i propri progetti nell’ambito delle rinnovabili sapendo di lavorare tanto per contenere le spese, quanto per la sostenibilità delle proprie attività.



Raccontami il tuo business.

Raccontami il tuo business
Cosa vuol dire “Raccontami il tuo business” ?
Esattamente quello che è scritto, il suo significato letterale.
Le parole hanno un senso ma spesso non ci facciamo caso, lasciamo che esse scorrano nella quotidianità delle nostre giornate e lascino ricordi qua e là di ciò che si è detto ma mai una riflessione profonda, attenta, esploratrice.
Cosa vuol dire “raccontare”? Il vocabolario Treccani dice che il termine più generalmente equivale a narrare, ma visto il tono “solenne”, esso viene maggiormente usato nel senso di “esposizione” di fatti privati o accadimenti particolari (es. ti racconto il mio viaggio, ti racconto un sogno).
Hai mai provato a raccontare la tua attività come racconteresti un viaggio? Prova, lasciati avvolgere da quell’estasi che ti assale quando nella tua mente passano le bellissime immagini dei luoghi visitati e che spesso non hai nemmeno le parole giuste per descriverli, racconta il tuo business con emozione, e non nascondere la tua emozione...


Leggi L'articolo completo Raccontami il tuo business. sul blog Futuro Sereno

Apple e le auto che si guidano da sole

Pare che l'inrteresse di Apple per la guida autonoma sia tutt'altro che sopito. Steve Kenner, direttore Apple dell'integrità dei prodotti, lo scorso 22 novembre ha redatto un documento indirizzato alla National Highway Traffic Safety Administration. Si tratterebbe di una vera e propria dichiarazione di intenti nella quale si dice entusiasta delle potenzialità dell'auto senza conducente e invita le autorità americane preposte alla regolamentazione del traffico a non limitare le sperimentazioni, anche evitando di imporre troppe restrizioni sui test delle automobili a guida autonoma sostenendo che "i produttori affermati ed i nu
ovi entrati dovrebbero essere trattati allo stesso modo."
Il problema normativo è infatti decisamente spinoso, soprattutto in USA, vista la diversità di leggi nei diversi stati. Sbbene l'amministrazione Obama abbia compiuto passi avanti sulla regolamentazione, a Trump è richiesto un lavoro ancora più incisivo poiché i tempi ormai sono maturi, tanto che oltre ad Apple anche Volvo è proiettata fortemente sulla guida autonoma, lo ha ha dichiarato a settembre Håkan Samuelsson, Presidente e CEO di Volvo. “La guida autonoma può contribuire in modo significativo alla sicurezza stradale. Prima si riuscirà ad introdurre la guida autonoma nella quotidianità automobilistica, prima inizieremo a salvare vite umane”, 

Gli eventi in casa Apple

Project Titan, la denominazione del progetto "Apple Car" aveva fatto molto parlare gli stakeholder e l'ingresso di Cupertino nel mondo dell'auto era ormai dato per assodato, anche alla luce delle acquisizioni di figure specializzate, si pensava ormai ad Apple come potenziale concorrente di Tesla & Co.
Ma il Project Titan non è mai riuscito a decollare, a causa di diverse incertezze sulla la direzione da seguire e sull' obiettivo finale, a fine 2015 - inizio 2016 si decise di identificare in maniera chiara il fine di Project Titan: Apple sarebbe rimasta nel suo settore più consono, quello tecnologico, progettando una piattaforma completa ed evoluta per la guida autonoma. In seguito a questa decisione è stato effettuato un forte ridimensionamento della forza lavoro: secondo Bloomberg, siamo nell'ordine di diverse centinaia di persone.

Una delle persone coinvolte nel progetto ha dichiarato che il problema è stato il passaggio repentino dal voler costruire un'auto allo sviluppo di una piattaforma destinata alla guida autonoma con il risultao di aver provocato l'abbandono del progetto da parte di molte risorse umane altamente specializzate. Apple ha poi fatto il resto licenziando circa 120 ingegneri preposti allo sviluppo del software e del sistema operativo dell'infotelematica di bordo; inizialmente le risorse dedicate allo sviluppo della Apple Car erano stimate attorno alle 1000 unità.

Apple puntava a McLaren?

Intorno alla fine settembre era circolato anche un altro rumor, secondo il quale erano intercorsi colloqui tra Apple e McLaren.
Secondo alcune fonti Cupertino avrebbe fatto un'offerta per acquisire McLaren Technology Group, l'azienda specializzata nella produzione di supercar ed in possesso dell'omonimo team di Formula Uno, ma in seguito, di quella potenziale acquisizione non si è saputo più nulla.

Ora la strada sembra intrapresa

Adesso la strategia di Cupertino appare definita, e sembra che abbiano finalmente deciso di puntare forte sull'auto a guida autonoma, settore che di fatto rappresenta il futuro della mobilità, che rivoluzionerà in modo profondo l'industria dell'auto. 
Ma di certo la concorrenza non sta a guardare considerando che Samsung ha recentemente acquisito Harman, azienda che fornisce servizi di infotelematica di bordo e di assistenza alla guida focalizzati sulla sicurezza.
Insomma, il mercato delle auto nei prossimi anni punta sempre più secisamente verso auto che guidano da sole... 

martedì, novembre 29, 2016

Il gusto italiano in Giappone

Riporto qui un bellissimo articolo di Paolo Massobrio sul sito "Il Golosario" che testimonia i frutti di un grande lavoro di rinascita della cucina italiana.

Il cambiamento della cucina italiana nella relazione di Paolo Massobrio domani alla Camera di commercio Italiana in Giappone (ICCJ) nella sede di Tokyo. Ecco uno stralcio dell’intervento.
Continua il viaggio di Paolo Massobrio in Giappone. Dopo aver presieduto la giuria a concorso di cucina italiana interpretata da giovani chef giapponesi, domani sarà alla Camera di Commercio di Tokyo per raccontare agli operatori la rivoluzione che ha coinvolto l'enogastronomia italiana negli ultimi decenni. La presentazione si svolgerà nel contesto di un mini evento
Ecco uno stralcio dell'inetrvento:

“Il cibo, e con esso anche il vino sono stati al centro di una vera rivoluzione dei consumi in Italia, capace persino di cambiare i volti dei centri storici delle città e dei paesi. [...] La prima rivoluzione, innescata da un cuoco italiano, Gualtiero Marchesi, è stata quella di proporre un ristorante dove i piatti della tradizione venivano alleggeriti. Non so quanto Marchesi avesse presente che quella sua provocazione sarebbe stata il futuro.

[…] Ma intanto cresceva la moda del ristorante, come luogo di convivialità, dove veniva proposta un menu con quattro portate, declinato anche in menu degustazione. Ma sarebbe durato poco: i ristoranti hanno virato verso la bistronomia, ossia un locale più informale, accanto a quello storico, dove poter ordinare anche un solo piatto. L’evoluzione, che abbiamo raccontato recentemente a Golosaria è tuttavia un’altra: la possibilità di portarsi a casa un piatto o addirittura gli ingredienti per comporre un piatto. E questo andrebbe incontro a due esigenze: quella dei nuovi consumatori che hanno sempre meno tempo per fare la spesa e i ristoranti che altrimenti non riuscirebbero a vendere un piatto in più, pur avendo i costi fissi che pesano sul bilancio aziendale. Ma in questi ultimi due anni sono nati anche nuovi format di locali. Uno è ispirato alla cucina di strada, che punta ad offrire una specificità regionale, anche attraverso dei truck; l’altro sono le Ciberie, ovvero i negozi (pasticcerie, macellerie, panetterie, pescherie) che estendono la loro offerta dando da mangiare e da bere. Se si osserva il centro di una città come Milano si assiste ad un vero e proprio boom di questi modelli, che a mezzogiorno, spesso, mettono in crisi il ristorante tradizionale.

Ma negli Anni Novanta c’è stata un’altra importante rivoluzione, spinta da una generazione di giovani che hanno scelto di tornare in agricoltura o nell’artigianato alimentare. I negozi degli alimentari, presenti in ogni paese piccolo o grande che fosse si sono trasformati in boutique del gusto, mentre i bar sono diventati wine bar. Cosa significa questo? Che finalmente, col tramonto del cibo e del vino come mero alimento si andava verso il cibo ed il vino come piacere, convivialità, esigenza di avere nuovi luoghi di incontro. E tutto ha iniziato a trasformarsi in nome della distinzione qualitativa, fino a cambiare gli stessi aspetti delle piazze e dei paesi. Fu un tale Giorgio Onesti, che negli anni Ottanta si mise in viaggio per l’Italia a scoprire le specialità che venivano prodotte nel mondo contadino. Quando trovava qualcosa di interessante ne ordinava mille pezzi che poi avrebbe collocato nei negozi di alimentari. Facendo così, Giorgio Onesti anticipò i tempi, offrendo poi ai giorni nostri lo sviluppo di quelle che a Golosaria Milano abbiamo battezzato le Ciberie.

[…]  Col vino è successa la medesima cosa. ...
continua la lattura su "www.ilgolosario.it"

Telefonami tra vent'anni e The Nineties Dream

Sabato 17 dicembre alle 18 nel nuovo spazio condiviso WIP in via Cantova, 30 nel centro storico di Verbania-Intra
ci sarà la presentazione di "Telefonami tra vent'anni", il primo romanzo di Barbara Vesco.
In una chiacchierata con l'autrice si svelerà qualche particolare del libro ambientato anche sul Lago Maggiore.

Il tutto sarà impreziosito da un'importante collaborazione!!
Chi ha vissuto intensamente gli anni '90 avrà la possibilità di rivivere ricordi ed emozioni anche attraverso le evocative immagini della mostra fotografica "The Nineties Dream" a cura di Daniela Meneghin e Lorenzo Camocardi.

Daniela Meneghin, fotografa verbanese, in collaborazione con lo studio "Photo Video Grafic" di Lorenzo Camocardi, ha voluto reinterpretare visivamente i periodi citati nel libro di Barbara Vesco, rivisitando la figura della mitica Barbie, ambientandola tra oggetti e visioni del sogno degli anni '90.

Al termine della presentazione rinfresco con gli ottimi prodotti de "La cantina del Verbano" e la musica di Miky Salentino di Studio Star Fm.

WIP:
L’idea è quella di condividere uno spazio grande e funzionale con servizi di qualità, composto da postazioni di lavoro con wi-fi, una zona riunioni, una sala polivalente e una biblioteca d’arte e design.
Il concetto è di uno spazio in divenire, in costruzione, in cui ogni spunto può prendere forma e trasformarsi in una mostra, in un’installazione, in un momento di musica o di altra espressione artistica.
Lo spazio sarà tanto più efficace quanto più riuscirà a far rete con ognuno di voi e con la vostra partecipazione.


www.barbaravesco.it
www.lorenzocamocardi.it
www.lakeside.vb.it

tra20anni@gmail.com
info@lorenzocamocardi.it
wipverbania@gmail.com
Guarda l'evento su Facebook 


sabato, novembre 26, 2016

Facciamo Finta - ft. Carlo Pastori & Walter Muto

Dal blog di Tappeti Sonori

In una tranquilla mattina di ottobre, Carlo Pastori & Walter Muto passano in studio a trovarci. Approfittando della loro disponibilità, abbiamo testato una registrazione all’aperto sui nostri tetti: un microfono, una videocamera, nessun taglio video, nessun effetto audio… uno splendido brano di Niccoló Fabi e un’ottima interpretazione! Questo il risultato:


L'italiano che ha inventato la CPU

Quella che sto per raccontarvi è una storia tanto affascinante quanto sconosciuta ai più.
La nascita del microprocessore cosi come lo conosciamo, quello che oggi troviamo all’interno dei nostri computer, la dobbiamo a Federico Faggin, un fisico italiano naturalizzato statunitense.
Federico Faggin nacque a Vicenza il 1° dicembre 1941 e nel 1960 conseguì il diploma di perito industriale specializzandosi in radiotecnica, all’Istituto tecnico Industriale di Vicenza.
Iniziò subito ad occuparsi di calcolatori presso la Olivetti di Borgolombardo, all’epoca tra le industrie all’avanguardia nel settore, contribuendo alla progettazione ed infine dirigendo il progetto di un piccolo computer elettronico digitale a transistor con 4 K per 12 bit di memoria magnetica.
Si laureò in fisica con lode nel 1965 all’Università di Padova, dove venne nominato assistente incaricato.
Nel 1967 venne assunto alla SGS-Fairchild (che poi divenne STMicroelectronics) ad Agrate Brianza, dove sviluppò la prima tecnologia di processo per la fabbricazione di circuiti integrati MOS (metallo-ossido-semiconduttore) e progettò i primi due circuiti integrati commerciali MOS.
La SGS-Fairchild inviò Faggin presso la sua consociata Fairchild Semiconductor, azienda leader del settore semiconduttori a Palo Alto in California, (Già, proprio l’azienda di Moore) dove ebbe la possibilità di continuare il suo lavoro sulla tecnologia MOS, e sullo sviluppo della tecnica della “porta al silicio” (silicon gate) usando come conduttore silicio drogato anziché alluminio
Ma la vicenda che qui ci interessa ha inizio quando Faggin lascia la Fairchild per entrare a far parte di un’altra società operante nella Silicon Valley, la Intel.
All’epoca, Intel era una piccola società che aveva un grande asso nella manica, le “memorie a semiconduttore”, le cui vendite andavano benissimo, e ne garantivano il fatturato, e che andavano sistematicamente a sostituire i tradizionali anellini di ferrite.
Prima delle memorie prodotte da Intel si utilizzavano minuscoli anelli di ferrite, ad ogni bit di memoria corrispondeva un anello di materiale ferromagnetico, che veniva magnetizzato in un verso o in quello opposto.
La rivoluzione rappresentata dalle memorie Intel fu evidente da subito, e generò un grande volume di vendite.
Faggin entrò in azienda in un periodo molto particolare, nel 1969, la Intel aveva ricevuto l’incarico dall’azienda giapponese Busicom, per la realizzazione dei chip necessari a costruire una macchina calcolatrice programmabile.
Il progetto, in mano ad un ingegnere ed un programmatore Intel rimase a lungo senza sviluppi, tanto che la stessa Busicom fu ad un passo dal rescindere il contratto.
Questo settore era considerato dai vertici di Intel, assolutamente secondario rispetto al business delle memorie, per questo motivo, la direzione del progetto venne allora affidata al giovane e neo assunto Faggin, (probabilmente perché la sua inesperienza avrebbe funzionato bene come capro espiatorio, di fronte alla ormai quasi inevitabile perdita del progetto) ma il fisico italiano, non perse tempo, ed avviò subito la progettazione dei chip, integrando la tecnologia MOS, di cui egli era ormai un vero esperto.
Vennero creati quattro moduli, che poi saranno denominati con le sigle da 4001 a 4004, i primi tre erano dispositivi di memoria (ROM, RAM e registri) relativamente standard; il quarto, denominato 4004, costituiva una unità centrale di elaborazione (CPU) completa di tutte le sue parti, per la prima volta realizzata nella forma di un unico integrato
L’idea del “computer on a chip” cioè realizzare tutte le parti essenziali di un calcolatore in un unica lastra di silicio, era già nell’aria da qualche tempo, ma fino ad allora non era mai stata realizzata.
Faggin, riesce a centrare l’obiettivo, lavorando (racconterà poi in un intervista) tra le dodici e le quattordici ore al giorno per diversi mesi consecutivi, apportando contributi fortemente innovativi sia a livello circuitale sia riguardo la tecnologia degli integrati: Egli progettò sia la logica del sistema che i circuiti, disegnò i quattro integrati che li realizzano, costruì anche gli apparati di prova necessari per i test.
La consegna del prodotto al committente avvenne nel febbraio 1971. Il modulo 4004, che sarà poi battezzato come “microprocessore”, impiegava 2300 transistor MOS, contro le decine di milioni usati nei microprocessori moderni, occupava un’area di 3x4 millimetri quadrati, e su di esso si dice che Faggin impresse la sigla “FF” le sue iniziali, ed era in grado di offrire una potenza di calcolo comparabile a quella dell’ Einac.
Una curiosità che vale la pena di menzionare è che il 4004, venne montato negli apparati di bordo della sonda spaziale Pioneer 10, lanciata nel febbraio 1972, fu il primo microprocessore ad allontanarsi dalla Terra fino a raggiungere la fascia degli asteroidi, situata ancora più distante di Marte.
Negli anni successivi Faggin seguì come supervisore lo sviluppo di altri due microprocessori. Questi dispositivi, denominati 8008 e 8080 a 8 bit, sono i progenitori della famiglia dei microprocessori più usati oggi, cioè quella che ha condotto Intel al successo. 
Come molti geni del settore, anche Faggin, ebbe una chiara visione delle prospettive del microprocessore.
Egli prospettò l’utilizzo di questa tecnologia anche al di fuori delle macchine da calcolo, intendendolo come un dispositivo programmabile per differenti apparati di controllo, e con potenzialità d’impiego molto vaste.
Questa sua teoria, inizialmente non venne condivisa dagli altri dirigenti di Intel, ma si verificò esatta, quando egli trasformò i quattro chip sviluppati per la società Busicom in un chip set di impiego generale (che venne battezzato MCS-4), che potesse essere utilizzato per il  controllo di altri apparecchi.
Il successo commerciale delle sue teorie convinse e fu determinante nella strategia commerciale di Intel.
Una nota storica ci riporta che ufficialmente, la paternità del microprocessore non venne attribuita a Faggin, ma a Tef Hoff, (l’assegnatario originale del progetto per la Busicom), solo diversi anni dopo, venne riconosciuto il valore del lavoro del fisico italiano.
Nel frattempo però Faggin aveva già lasciato Intel, per fondare una sua azienda, la Zilog, dove venne sviluppato lo “Z80”.
Grazie a questo microprocessore, nel giro di due anni e mezzo la Zilog crebbe da 11 a 1300 impiegati, con uffici internazionali, una fabbrica in Silicon Valley e una in Asia. Lo Z80 è ancora oggi fabbricato in grandi volumi, trentadue anni dopo la sua introduzione sul mercato.
Nel 1982, Faggin diede vita alla Cygnet Technologies e nel 1986 fondò la Synaptics, azienda che sviluppò i primi touchpad e touchscreen.
Attualmente Il fisico Italiano, ha gradualmente lasciato tutti i suoi impegni per dedicarsi ad un particolarissimo studio sulla “consapevolezza”, teso a dimostrare in termini scientifici in che modo  la consapevolezza umana sia legata alla realtà fisica.
La consapevolezza, permette all’essere umano di avere la percezione delle esperienze che sta vivendo e quindi di poterle rielaborare come dati autonomi, che andranno a loro volta ad arricchire ed ampliare il suo bagaglio esperienziale e mentale, aiutandolo in un certo senso ad evolvere continuamente e ad imparare dai propri errori.
In virtù di questa intuizione, Faggin quindi ha deciso di dedicare una fondazione no profit, attiva da alcuni anni, nella speranza di comprendere più a fondo i meccanismi che permettono all’essere umano di comprendere e analizzare se stesso in rapporto alle proprie esperienze per imparare costantemente, provando così ad aprire nuovi orizzonti anche per il futuro dell’informatica, dello sviluppo dei microprocessori e dell’intelligenza artificiale.
In una cerimonia svoltasi nel Febbraio 2002, l’allora Ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri, ha riconosciuto il ruolo del geniale ingegnere veneto definendolo, tra l’altro, “Un alfiere della genialità e del lavoro italiano nel mondo”.
Tra i tantissimi riconoscimenti che Faggin ha ricevuto negli anni sono da segnalare nel 1988, il Premio Internazionale Marconi per la realizzazione del microchip e, nello stesso anno, la Medaglia d’oro per la Scienza e la Tecnologia da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nel 1994 a Faggin è anche stato riconosciuto il W. Wallace McDowell Award dalla IEEE.
Nel 2010 il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama gli ha conferito la “National Medal of Technology and Innovation” in una cerimonia tenuta alla Casa Bianca.
Durante la premiazione Obama, consegnando la medaglia disse “Lei ha davvero cambiato il mondo!”, e la sua risposta fu “pare di si!”.
In un interessante intervista su Telema di qualche tempo fa, Faggin ha spiegato di vedere così il futuro della ricerca tecnologica: “Abbiamo appena parlato dell’importanza dei semiconduttori, ma immagino che l’impatto che essi oggi stanno avendo sullo sviluppo tecnologico si rivelerà infinitamente inferiore rispetto a quello che, in tempi più lunghi, avrà la biotecnologia. E’ questo il settore del futuro, quello in cui si produrranno innovazioni oggi difficilmente quantificabili. Quando tra cinquant’anni ci si volgerà indietro a guardare il mezzo secolo trascorso, apparirà evidente che gran parte delle innovazioni delle quali l’umanità potrà beneficiare sarà connessa con la biologia. Gli scienziati avranno infatti finalmente imparato a controllare le singole molecole, trattandole come pezzi su una scacchiera, mentre per il momento la tecnologia è in grado di utilizzare soltanto insiemi di molecule”.
Durante Smau 2011, intervistato da Nicola Procaccio, (Communication and Media Relation Manager di Intel Italia e Svizzera) Faggin ha detto di vedere con molto interesse gli studi nel campo dei computer quantici, come frontiera futura per l’ulteriore sviluppo dei microprocessori e il superamento dei limiti imposti dalle attuali tecnologie basate su microcircuiti in silicio.
Oggi, nel 2016, possiamo dire con certezza che i primi computer quantici sono diventati realtà.
… ma non abbiate fretta… ne parleremo a tempo debito.

Tratto dal Libro “L’uomo e il computer, una storia dentro la storia“© di Daniele Bottoni Comotti

venerdì, novembre 25, 2016

Il primo Desktop computer al mondo


Riporto qui il mio articolo pubblicato sul blog "Futuro Sereno"
Lo sappiamo tutti, la situazione dell’Italia non è tra le migliori in molti settori, e fra questi di sicuro non fa eccezione la tecnologia.
Il “digital divide” (termine inglese che indica il divario esistente tra chi ha accesso effettivo alle tecnologie dell’informazione come computer e internet, e chi ne è escluso) è ancora molto esteso e la situazione non sembra essere in miglioramento.
Ma c’è stato un tempo (una cinquantina di anni fa) in cui la tecnologia in Italia andava davvero forte.
La vicenda di cui vi racconto ha inizio nel 1961 nei laboratori di un’azienda tutta italiana la Olivetti.
Prima di addentrarmi nel racconto provo a descrivervi brevemente l’atmosfera che si respirava in azienda in quel periodo.
Era da poco avvenuta la presentazione dell’Elea 9003, (un calcolatore tutto italiano in grado di emulare e superare le prestazioni dei grandi calcolatori americani). Accadde però che, proprio quando le prospettive della nuova tecnologia avrebbero richiesto un importante svolta strategica e organizzativa, Adriano Olivetti partì dalla stazione centrale di Milano diretto a Losanna e proprio su quel treno morì stroncato da un infarto.
Il mercato Italiano non era ancora pronto per le innovazioni apportate da Olivetti e la situazione economica si fece difficile, tanto che, nell’estate del ‘64, la divisione elettronica venne ceduta alla General Electric.
Proprio in questo difficile contesto ha inizio la nostra vicenda…
Saltiamo sulla macchina del tempo ed impostiamo la data: il 1961. Lo sportello del nostro “Taxi del tempo” si apre… e ci troviamo nei laboratori di Ivrea, dove tre giovani progettisti sono radunati con fare pensieroso davanti a quello che sembra un circuito stampato.
Leggi il seguito dell'articolo su "Futuro Sereno"

L’internet delle cose e gli attacchi Hacker

Riporto qui il mio articolo pubblicato sul blog "Futuro Sereno"

L’attacco che ha fermato internet ha fatto affidamento sui dispositivi IOT infetti.

Il fatto: 
Prendo spunto da alcuni fatti recentemente accaduti per parlarvi di un argomento che sta entrando sempre più a far parte della nostra vita quotidiana.
L’episodio più significavo ed anche inquietante di questa vicenda è iniziato per me con una email. Il 21 ottobre scorso ricevo una particolarissima comunicazione dal mio servizio di Social Media preferito, nella quale mi si avvisa che a causa di un problema in corso sulla piattaforma Twitter “dovuta ad un recente attacco informatico condotto verso molti siti americani”, alcuni servizi ad esso correlati potrebbero essere non funzionanti.
Vado a curiosare nel web e scopro che sono centinaia i siti web americani che hanno subito l’attacco. Ad essere penalizzati sono stati soprattutto gli utenti internet della costa est degli Stati Uniti, compresi quelli di Twitter, Financial Times, Spotify, Reddit, e-Bay e New York Times. Ancora qualche ricerca e comincio a capire, la vittima dell’attacco è la Dynamic Network Service Dyn, un’azienda che si occupa di gestire il DNS, (acronimo del termine inglese Domain Name Server) in soldoni, il dns funziona come l’elenco telefonico di internet cioè offre un servizio che traduce il semplice nome di un sito web in un indirizzo IP (numerico) che i computer usano per identificare sé stessi su una rete. Senza il cosiddetto Domain Name Server, per collegarsi a un determinato sito bisognerebbe digitare numeri e non parole nel browser. Ora comincia essere più chiara la ragione di tanti siti malfunzionanti, è come se in una grande azienda, i telefoni non riuscissero più a comunicare perché qualcuno ha manomesso il centralino.
Ma cosa è successo realmente? Come è stato possibile generare un tale attacco ad una tra le più grandi società informatiche al mondo? E’ La stessa Dyn che sul sito dell’azienda da una prima spiegazione: “A partire dalle 7.10 orario di New York (le 13.10 in Italia) “abbiamo iniziato a monitorare e mitigare attacchi DDoS contro la nostra infrastruttura”.
Per capire di cosa si tratta cominciamo a definire qualche termine (non abbiate paura, tenterò di farla breve !) 

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sabato, febbraio 07, 2015

CHE IL VIAGGIO ABBIA INIZIO, L’ERA DIGITALE


Immaginate di salire sulla macchina del tempo e di condurre insieme a me un bel viaggioa ritroso nella storia. “Da dove cominciamo?” Calma, ora vi spiego. Dunque, abbiamo detto fino ad ora che l’uomo si è inventato il computer per farsi aiutare in una “missione impossibile”: quella di contare. Ora, da quando l’uomo ha avuto l’esigenza di contare? Se la risposta a questa domanda fosse “da sempre”, vi stupireste? Secondo me, no. Da un minuto dopo che è comparso sulla terra, l’uomo ha avuto bisogno di contare. Immaginatevi gli uomini delle caverne: dovevano poter contare i giorni e le notti per sapere, ad esempio, quando e come si spostavano gli animali che potevano cacciare. Una volta avvistato il branco, che non era mai vicino al villaggio ma, magari, al di là della montagna (la sfiga esisteva anche allora!), dovevano essere in grado di riferire al resto del villaggio il numero di animali e decidere quanti cacciarne, per poter sfamare tutti, compreso, sciamano il quale, notoriamente non partecipava alla caccia, ma in compenso aveva l’appetito di un dinosauro. Una volta terminata la caccia e caricati gli animali in spalla o trascinati per tutta la montagna, questi venivano portati al villaggio e lì bisognava dividere le scorte (probabilmente, ma non è detto) e in quel caso era necessario contare quanti e quali pezzi dovevano essere distribuiti tra gli abitanti e quanti invece dovevano essere offerti in sacrificio alle divinità. Cosa questa a discrezione dello sciamano (del cui appetito vi ho già accennato...) Come facevano? Come si orientavano in tutto questo scorrer di matematica? Beh, in modo estremamente semplice, usavano le dita! Signore e signori, benvenuti nell’era digitale! “Ma come, noi che abbiamo sempre pensato che l’era digitale fosse la nostra!” Spiacente di darvi una seconda delusione, l’era digitale è iniziata qualche milione di anni or sono, infatti il termine inglese “digit” (cifra), deriva proprio dalla parola latina “digitus” (dito). Grazie al ritrovamento di alcuni documenti archeologici, sappiamo che il calcolo con le dita era utilizzato dagli Egizi dell’Antico impero in un periodo che va dal 2600 al 2200 a.C. Attraverso il calcolo digitale essi furono in grado di rappresentare tutti i numeri fino al 9999 ed erano capaci di eseguire addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni ma anche calcoli più complessi. Anche gli antichi Romani avevano una certa dimestichezza con i calcoli effettuati con le dita.
Dal libro “L'uomo e il computer,  Una storia dentro la storia" http://www.lulu.com/shop/daniele-bottoni-comotti/luomo-e-il-computer-una-storia-dentro-la-storia/ebook/product-21989896.html di Daniele Bottoni Comotti edizioni lulu.