
martedì, dicembre 30, 2008
Galileo, il cosmo e la pretesa cristiana

martedì, dicembre 16, 2008
Adesso 2009 - 365 giorni da vivere con Gusto
Non è un'agenda, è il diario della vita, è il ricordo che diventa memoria, è la famiglia che non ti abbandona mai perché il gusto l'hai scoperto lì.Il volume Adesso 2009, 365 giorni da vivere con gusto, nasce per riportare il gusto dentro la famiglia italiana. Il libro, giunto alla seconda edizione, segue la scansione quotidiana di un'agenda, dove ogni giorno vengono pubblicate “pillole” conoscitive per stare bene in famiglia e nella propria casa. Un vero e proprio scrigno di informazioni, curiosità e segreti che ruotano intorno alla casa, alla cucina, al vivere insieme. Molte le novità di questa seconda edizione, corredata dai quadri di Maria Teresa Carbonato e dalle vignette di Guido Clericetti. Nel volume, suddiviso in dodici mesi, trovano spazio i trucchi di economia domestica ed i suggerimenti educativi per i bambini di Donata Carmo Ferrari, i consigli sull'arredamento a seconda delle stagioni di Claudia Ferraresi, le leggende sugli alimenti per i bambini di Paola Gula. E poi alcune pillole su come allevare un cane scritte da Andrea Voltolini, notizie in tema di orto, giardinaggio e piante d'appartamento di Maurizio Lega, segreti e pratici consigli per preparare il pane in casa secondo Fausto Rivola, e per le birre fai da te di Davide Tessaro. Tornano, immancabili, le ricette di Giovanna Ruo Berchera e gli abbinamenti con il vino a cura di Paolo Massobrio e Marco Gatti, i consigli sul bon ton a cura di Barbara Ronchi della Rocca, le pillole sull'universo di Elena Notari e gli indispensabili suggerimenti per una corretta alimentazione del dietologo Primo Vercilli. Tra le pagine di Adesso si parla ancora di sicurezza alimentare con Gabriele Crescioli, delle magie della tavola con il Mago Foie Gras. Infine, i racconti di Luca Doninelli e di altri autori amici di Papillon.
Adesso è in libreria in due soluzioni. Il libro con le sue 500 pagine da sfogliare, oppure dentro a una scatola con un altro quadro d'autore stampato. Giunto alla seconda edizione, è in mano già a migliaia di persone. Lo distribuisce Rizzoli, lo edica Comunica srl di Alessandria
Sito Web: http://www.clubpapillon.it
Buona lettura ma soprattutto buon gusto a tutti!!!
sabato, dicembre 13, 2008
Ristorante La Scaletta - Noli
Lo so!, me lo direte in tanti... " Che parli a fare di un ristorante in Liguria tu che abiti nel Verbano- Cusio-Ossola?" Bhe, mi viene da rispondere una cosa sola,... pur di assaggiare un antipasto di pesce fatto come si deve sarei disposto davvero a percorrere quei 240 km che mi separano da Noli. So anche che il periodo economico che stiamo attraversando fa un po' a pugni con l'idea di andare al ristorante. Ma quello che a mio avviso dobbiamo imparare a salvare, soprattutto in un periodo come questo è il Gusto. Il gusto, è legato a corda doppia con l'intelligenza. Se non utilizzo l'intelligenza mangio, ma non gusto, cioè non scopro quella "magica" corrispondenza tra ciò che sto gustando ed il mio essere. Se non ci fosse il gusto non saremmo in grado di scorgere il buono di un risotto o di certe linguine...!! come quelle preparate nel locale del mio amico Francesco di cui ora vi sto raccontando.
Siccome mi va di stuzzicarvi ancora di più l'appetito vi metto anche una breve descrizione del locale...così non ci sono più scuse.
Appena fuori le mura del suggestivo centro storico di Noli, potrete trovare ciò che sfugge agli occhi del turista distratto. La Scaletta è uno storico ristorante di pesce rinato grazie alla professionale gestione dei nuovi giovani e creativi proprietari. La talentuosa chef Sara Montini Pessina propone una cucina di territorio che accetta però la contaminazione delle materie prime e delle tradizioni di tutto il bacino mediterraneo opportunamente rivisitate. Da segnalare gli antipasti semplici ma con un piacevole gusto nella presentazione (tortino di polpo e patate, insalatina di seppie al vapore con sedano scaglie di parmigiano, guazzetto di moscardini finiti al forno in coccio di terracotta); classici i primi piatti con una menzione per l'ottimo risotto del golfo e le strepitose trofie nere con sugo di seppie in cialda di parmigiano; fritti leggeri e nostrani attenti alla valorizzazione dei presidi slow-food locali (cicciarielli,zerri), pescato locale alla griglia, al forno, all'acqua pazza. Strepitosi i calamari alla partenopea con sugo di pomodoro capperi di Pantelleria ed olive Taggiasche accompagnati da pane carasau. Grande attenzione per i desset: da assaggiare la torta di ricotta e pere con salsa di cacao al rum, la delizia al limone con frutti di bosco, i microbabà alle tre salse, le minipastiere napoletane con salsa di cacao amaro etc. Buona la cantina con 50 etichette di bianchi(con alcune chicche a livello nazionale) e grande attenzione ai vitigni autoctoni, 15 le etichette di rosso tutte di buon livello.
Non mi resta che augurare a tutti Buon Appetito !!!
Ristorante "la scaletta"
Via Verdi 16 Noli (SV) 17026 Telefono (Phone) 019748754 Fax 0197499349 E-mail: ristorantelascaletta@tiscali.it
lunedì, dicembre 08, 2008
Il software è bello, se "portable" ancora meglio

Con la diffusione dei supporti di memorizzazione USB, di piccole dimensioni ma ormai di capacità di memorizzazione discretamente grandi, si è contemporaneamente sempre più diffuso il software portatile. In questo a livello tecnologico non c'è nulla di nuovo, ma è interessante l'idea che lo ha generato: La possibilità infatti di avere tutti i programmi che ci servono, (elaboratori di testo, di fogli di calcolo, editor html, gestori di posta, browser per internet, elaboratori di immagini e quant'altro sia possibile), direttamente funzionanti dalla chiavetta USB , senza bisogno di alcuna installazione sul pc è davvero interessante.
Infilo la chiavetta USB in un qualsiasi PC ed ho sotto mano tutti i miei documenti ed anche gli stessi software con cui sono stati creati, già pronti all'uso.
Oggi la grande vetrina di Internet offre tutta una serie di applicaizoni "portable" e solitamente "Open Source", già pronte all'uso. basta scaricarli e decompattarli su una qualsiasi chiavetta per poterli utilizzare.
C'è però un altro aspetto che pochi conoscono la maggior parte dei software open source dotati di un installer è in grado, una volta configurata sul proprio pc di funzionare dirattamente in modo portatile.
Tanto per fare un esempio, il buon caro e vecchio "Emule" funziona benissimo anche dopo la disinstallazione, se abbiamo avuto l'accortezza di fare una copia della cartella del programma sulla nostra chiavetta USB.
Molto spesso si può evitare di sovraccaricare un pc (magari poco performante) riducendo al minimo le installazioni facendo partire tutti i software in questo modo.
Tale soluzuione diventa vantaggiosa anche a fronte della necessità di effettuare dei back up.
Nel mio caso ad esempio utilizzo un disco secndario sul quale, oltre ai dati sono salvati anche gli stessi software. In questo modo se si presenta la necessità di reinstallare, posso tranquillamente procedere alla cancellazione del SO presente, senza la scocciatura di dover ripristinare anche i software.
Ecco un link dove è possibile reperire software "portable" per ogni esigenza... o quasi
http://www.softpedia.com/get/PORTABLE-SOFTWARE
lunedì, dicembre 01, 2008
COLLETTA/ Un grande risultato che mostra quanto può fare il “contagio della carità”

Fonte: Il Sussidiario
I numeri sono ancora positivi e su quelli ci soffermeremo per qualche considerazione. Ma l’impatto e l’importanza della dodicesima Colletta alimentare rivelano ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, l’intuizione di don Luigi Giussani e di Danilo Fossati.
Come diceva Luigi Giussani agli amici anche più increduli: si assisterà con questa giornata allo spettacolo della carità. Si pensi solo a questo raffronto: i consumi a livello nazionale calano in percentuale del 3%: la Colletta alimentare aumenta ancora la portata complessiva della sua raccolta in un giorno solo avvicinandosi alle novemila tonnellate e segnando un nuovo incremento percentuale che è quasi di un punto.
E poiché l’importanza del gesto prevale sempre sul risultato, va anche aggiunto che questa volta l’ultimo “sabato di novembre” è coinciso con una giornata in cui la stessa Protezione civile, per le eccezionali condizioni atmosferiche di freddo, neve e pioggia, consigliava di starsene a casa.
L’atto di carità vale quasi un piccolo “peccato di disobbedienza civile”, perché malgrado le avverse condizioni di tempo, ancora una volta oltre cinque milioni di italiani hanno donato una parte della loro spesa ai poveri e almeno più di centomila italiani si sono presentati nei grandi punti di vendita per aiutare la raccolta, per trasportare le merci, per immagazzinarle al fine poi di distribuirle.
Se questo non è lo spettacolo di un popolo civile, attento e consapevole verso il bisogno dell’altro, si può anche ridiscutere lo stesso concetto di civiltà che è nato da tradizioni secolari.
Il fatto più importante da sottolineare resta sempre quello di un doppio stupore: il primo è quello di una mobilitazione spontanea, che diventa incredibilmente ordinata ed efficiente; il secondo è la portata economica e sociale che il Banco Alimentare ha innescato nella società italiana. Può anche fare poco effetto il controvalore (decine di milioni di euro) della merce destinata alla popolazione più disagiata.
Ma certo, dopo anni di attività, viene attestato da economisti e da grandi uomini di finanza che il meccanismo della raccolta nella Giornata della Colletta e quello stesso che il Banco Alimentare mette in atto per tutto l’anno, sono da “premio Nobel”, come dice un grande economista, Luigi Campiglio. Oppure hanno aspetti e criteri di efficienza e razionalità che sono da primato in fatto di imprenditorialità, come ha dichiarato l’amministratore delegato di Intesa San Paolo, Corrado Passera.
Alla fine, di fronte a una cultura scettica dominante, emerge sempre lo stupore complessivo di come il cuore dell’uomo sappia cogliere e rispondere, con semplicità e spontaneità, ai bisogni più urgenti.
Non è solo questo l’aspetto prevalente che si coglie nell’attività del Banco Alimentare e della Giornata della Colletta. C’è in più la coincidenza di una partecipazione singola e collettiva degna di un grande racconto o di milioni di storie personali, tutte differenti, tutte incredibili da vedere.
Il problema non è di latitudine, perché nel Materano, le condizioni meteorologiche e di viabilità erano ancora peggiori. E lì c’è voluto tutto il sacrificio personale e corale di andare a recuperare quello che è stato raccolto nei punti più disagevoli della zona.
Ma per cogliere lo spirito dell’iniziativa bastava guardare al di fuori di un grande supermercato della cintura milanese e vedere come anziani pensionati portavano spontaneamente interi carrelli di merce in dono, riservandosi per loro la spesa consueta del weekend.
Bastava alla fine ascoltare i brevi colloqui tra i donatori e i volontari: «Questo è il mio pacchetto, ma come posso fare per rendermi ancora più utile? Posso venire anch’io a darvi una mano?» È come se si formasse una sorta di “contagio” benefico, come se l’esempio e il dono si unissero per raggiungere un traguardo più ampio. Si assiste di nuovo all’aspetto più bello, cioè al fatto che fare del bene agli altri, coinvolge al punto che fa stare bene anche l’autore del dono.
Le storie dei singoli, segnalate per cronaca, riempiono ogni anno lo “spettacolo della carità”. Impossibile segnalarli tutti, ricordali tutti. Vale la pena di ricordare ancora, come cadano in questa giornata tutte le differenze culturali e religiose, sociali e politiche.
Se in tutti i mesi dell’anno puoi guardare, talvolta, quasi con sopportazione gli immigrati, gli extracomunitari che fanno parte ormai di ogni grande città o provincia italiana, nella Giornata della Colletta, ti accorgi che la carità alla fine sembra la strada migliore per un momento di autentica integrazione.
Come a Pisa, dove dieci nordafricani islamici e ospitati in un dormitorio pubblico hanno fatto per tutta la giornata i volontari, o come a Milano dove un gruppo di ragazzi - anche loro musulmani - hanno aiutato i volontari a inscatolare quanto raccolto.
O come Mario, egiziano con un piccolo negozio di pizzeria e kebab a Milano, che sabato ha dedicato due ore alla Colletta, anche se, preso tra mille difficoltà, non chiude quasi mai il suo negozio. E' da poco riuscito a portare in Italia sua moglie e i suoi tre figli, così prova a tirare avanti la famiglia e la sua impresa, cercando l'asilo per i due piccolini, di seguire la maggiore nei compiti e di insegnare alla moglie un po' di italiano. È un cristiano, con la pelle scura, insomma quanto basta per farsi guardare con diffidenza dai connazionali e dagli italiani. Eppure quelle due ore di lavoro (in cui avrà perso qualche cliente) gli "sono sembrate volare".
«Sai - ha detto al volontario che lo aveva invitato a venire, mentre preparava le scatole con una velocità e una cura impressionanti - sono contento di essere qui, oggi è il compleanno di mia moglie, ma so che anche lei è contenta: è giusto dare una mano a chi fa fatica, e poi volevo conoscere i tuoi amici». Poche parole, e tanto lavoro per Mario, sabato come ogni giorno. Fuori piove e ci sono le pizze da consegnare in motorino. Ma con un sorriso in più, e la consapevolezza di non essere soli.
lunedì, novembre 24, 2008
RdRock Presenta Francesco D'Acri Live
Ciao a tutti,Vi scrivo per darvi conto di un nuovo evento firmato RdRock.
Si tratta del concerto del Cantautore Frank D'Acri (http://www.myspace.com/frankdacri)che si svolgerà presso il Locale Legend 54 a Milano.
La serata in chiave rigorosamente acustica sarà aperta dai "Coil Spring" (http://coilspring.blog.virginradioitaly.it/)che cominceranno a suonare subito dopo l'"Happy Hour", e a seguito salirà sul Palco Frank che eseguirà i suoi brani in chiave acustica.
Il legend 54 (http://www.legend54.com)è a Milano Vle Enrico Fermi 2/6 MIlano (Milano -Meda Zona Maciacchini) angolo via Sbarbaro (posta@legend54.com tel. 02 64084704 - 02 69901251)
Buon Ascolto... e Buon Happy Hour
martedì, novembre 18, 2008
12a GIORNATA NAZIONALE DELLA COLLETTA ALIMENTARE
Comunicato StampaSabato 29 novembre 2008
“Un semplice gesto di carità: condividere la propria spesa”
Sabato 29 novembre si svolgerà in tutta Italia la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare
organizzata dalla Fondazione Banco Alimentare Onlus e dalla Compagnia delle Opere Impresa Sociale. Sarà possibile in quell’occasione aiutare concretamente i poveri del nostro Paese che, secondo le ultime rilevazioni Istat (ottobre 2007), sono il 12,9% della popolazione italiana. In oltre 7600 supermercati più di 100.000 volontari, inviteranno le persone a donare alimenti non deperibili – preferibilmente olio, omogeneizzati ed alimenti per l’infanzia, tonno e carne in scatola, pelati e legumi in scatola - che saranno distribuiti a oltre 1.480.000 indigenti attraverso i più di 8,500 enti convenzionati con la rete Banco Alimentare (mense per i poveri, comunità per minori, banchi di solidarietà, centri d’accoglienza, ecc.).
In occasione della “Colletta Alimentare” del 2007 oltre 5 milioni di italiani hanno donato più di 8900 tonnellate di cibo per un valore economico pari a 26.299.000 euro. L'obiettivo di questa edizione della Colletta è quello di sensibilizzare ancora di più le persone a questo gesto di carità e alla condivisione dei bisogni di chi è in difficoltà.
Per introdurre al significato della Colletta Alimentare, viene proposta una frase che sottolinea il valore educativo dell’iniziativa:
La durezza del tempo presente colpisce ormai tutto il nostro popolo. La solitudine e la fragilità dei legami familiari e sociali rendono le persone ancora più povere, in uno scenario economico già allarmante. In questa situazione, il semplice gesto di carità cristiana, che è il condividere la propria spesa con il più povero, è come “accendere un accendino nel buio”. L’estraneità e la paura sono sconfitte, può nascere un’amicizia che rilancia nella realtà col gusto di essere nuovamente protagonisti, sostenendosi nella quotidiana fatica del vivere.
La Giornata Nazionale della Colletta Alimentare è resa possibile grazie alla collaborazione con l’Associazione Nazionale Alpini e la Società San Vincenzo De Paoli, e gode dell’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, del patrocinio del Segretariato Sociale della Rai e della Giornata Mondiale dell'Alimentazione.
Per informazioni su quali punti vendita aderiscono all’iniziativa oppure su come dare la propria disponibilità per fare il volontario è possibile chiamare lo 02.896.584.50 oppure visitate il sito www.bancoalimentare.it.
Si ringraziano: Intesa Sanpaolo-Banca Prossima, Fastweb, Aurora, Comieco, FNM
Per ulteriori informazioni: Francesco Lovati cell. 334.64.08.185 ufficiostampa@bancoalimentare.it
sabato, novembre 15, 2008
OPEN SOURCE/ Ubuntu 8.10 e Mac Os X 10.5 a confronto
mercoledì 12 novembre 2008
Prendete un iMac, Ubuntu 8.10 e Mac OsX 10.5. Questi gli ingredienti di base per la “ricetta” hi tech di oggi: il confronto tra i due open source. I test sono stati eseguiti usando un Mac Mini con processore Intel Core 2 Duo T5600 a 1.83GHz, scheda madre con grafica integrata, 1 GB di memoria DDR2 e hard disk da 80 GB. Attraverso la piattaforma Phoronix Test Suite, Intrepid Ibex e Leopard sono stati messi a confronto, misurando le performance OpenGL, la velocità di accesso al disco e al database SQLite, le prestazioni in ambiente java, nell’encoding audio/video e nella compilazione.
Il “match” si chiude in sostanziale parità: da segnalare il risultato di Intrepid Ibex a 64 bit, che ormai si può considerare un prodotto pienamente maturo. Al di là delle prestazioni, quindi, a fare la differenza tra i due sistemi operativi sono alcuni aspetti: l’usabilità generale e la presenza di applicativi professionali, che consentono a OsX di avere una diffusione decisamente più ampia sia tra l’utenza dekstop che in ambito lavorativo.
Ubuntu 9.04 - Ufficializzata la roadmap di Jaunty Jackalope, la futura Ubuntu 9.04. La prima Alpha sarà pronta il 20 novembre. L’11 dicembre ci sarà poi l' incontro degli sviluppatori, l’Ubuntu Developer Summit (UDS), quest’anno nella sede di Google a Mountain View (California), durante il quale verranno finalizzate le specifiche di questo nuovo ciclo di sviluppo. La sesta e ultima Alpha vedrà la luce il 12 marzo, poco prima della versione Beta, attesa per il 26. La Release Candidate è prevista per il 16 aprile e una settimana dopo, il 23 aprile, dovrebbe arrivare la versione definitiva. Velocità di avvio, reattività del sistema e integrazione tra l’ambiente desktop e i servizi web-based dovrebbero essere gli aspetti di Ubuntu 9.04.
Wubi 8.10 – Rilasciata la nuova realase dell'os che consente di installare Ubuntu su Windows in un clic. È sufficiente selezionare attraverso una semplice interfaccia lo spazio da riservare all’installazione, la variante preferita tra Ubuntu, Kubuntu e Xubuntu, il linguaggio predefinito e impostare poi le informazioni sull’account perchè Wubi effettui il download dell’immagine ISO e completi automaticamente il processo di installazione, creando una partizione virtuale all’interno del disco e configurando il bootloader in modo che l’utente possa scegliere all’avvio il sistema operativo da usare. Anche la rimozione avviene in maniera facilissima attraverso il pannello di Installazione Applicazioni di Windows, come per un normale programma. Oltre all’incredibile semplicità di utilizzo, Wubi offre vantaggi rispetto ad un live CD o alla virtualizzazione, permettendo di accedere al disco in lettura e scrittura e di usare appieno il proprio hardware.
giovedì, ottobre 02, 2008
Terra incognita L'insondabile Mistero è una realtà - di Marco Bersanelli
Condizione necessaria per l'emergere della vita e dell'uomo.
Dal mondo della scienza un'ipotesi affascinante
È innegabile, c'è un ignoto.
I geografi antichi tracciavano quasi una analogia di questo ignoto con la famosa "terra incognita" con cui terminava il loro grande foglio;
ai margini del foglio segnavano "terra incognita". Ai margini
della realtà che l'occhio abbraccia, che il cuore sente, che la mente immagina, c'è un ignoto.
(Luigi Giussani)
Fin qui giungerai e non oltre,
e qui s'infrangerà l'orgoglio
delle tue onde.
(Giobbe 38, 1.8-11)
Come i navigatori di un tempo si procuravano le migliori imbarcazioni per solcare rotte ignote, così oggi i ricercatori utilizzano per le loro indagini gli strumenti più potenti che la tecnologia possa loro offrire. Molto di ciò che possiamo conoscere del mondo naturale dipende dall'adeguatezza dei mezzi che utilizziamo per osservarlo. Il rovescio della medaglia è che scienziati e pionieri di ogni epoca devono fare i conti con l'imperfezione degli strumenti che di volta in volta hanno a loro disposizione. Anche la più robusta caravella o il più potente acceleratore di particelle hanno prestazioni limitate, e questo limite segna a sua volta la soglia di quanto è possibile esplorare. Ogni limite strumentale appare tuttavia provvisorio, incalzato da nuove e più potenti tecnologie, raggiunte via via con ritmi crescenti. Nel campo della scienza, il confine dell'ignoto appare così in sistematica, inesorabile ritirata sotto i colpi dell'indagine della ragione, potentemente armata da tecnologie sempre più sofisticate. Tanto che al cosiddetto uomo moderno è parso che, in fondo, non vi fosse alcuna limitazione alla conoscenza della natura, e che addirittura una "conquista finale" fosse possibile e a portata di mano. Erano in molti, a metà dell'Ottocento, ad applaudire al dilagante trionfalismo scientista, espresso per esempio dalle parole lapidarie del chimico francese Berthelot: «L'universo non cela più oggi alcun mistero».
Ma in questo secolo sono affiorati alcuni "scogli" di natura diversa. Non più barriere dovute a limitazioni strumentali, ma limiti che appaiono scritti nella natura stessa. Gli esempi più famosi di questo genere di limite fondamentale sono emersi nell'ambito logico-matematico, ad esempio con il teorema della incompletezza di Goedel, e il teorema di non-computabilità di Touring. Anche la fisica ha toccato situazioni analoghe, in particolare con il principio di indeterminazione di Heisenberg e il limite della velocità della luce di Einstein, che segnano le nuove frontiere, le colonne d'Ercole poste ai bordi estremi della realtà fisica: "l'infinitamente piccolo" e "l'infinitamente grande".
Nebulosa del Granchio: residuo Supernova.
Partita a tennis
Ivanisevich, il famoso campione di tennis, è in grado di battere il servizio imprimendo alla pallina una velocità che supera i 200 km all'ora. Si capisce che, se ben angolato, un colpo del genere è destinato a fruttare un ace anche quando dall'altra parte c'è un altro grande giocatore. Immaginiamo di vedere l'azione alla moviola. Se fermiamo il fotogramma appena dopo il colpo possiamo valutare accuratamente, magari con l'aiuto di un computer, la posizione e la velocità della pallina, e prevedere se anche questa volta Ivanisevich si aggiudicherà un servizio vincente. A parte i limiti tecnici e strumentali dell'osservazione, idealmente possiamo conoscere in modo esatto la posizione e la velocità della pallina in un certo istante, e di qui prevedere perfettamente la dinamica dell'azione.
Tuttavia nel mondo delle particelle elementari le cose vanno in modo assai più vario e imprevedibile. In particolare le partite da tennis, per le quali si utilizza un elettrone come pallina, tengono gli spettatori continuamente col fiato sospeso. Nel 1927 Werner Heisenberg dimostrò, infatti, che non è possibile conoscere simultaneamente la velocità e la posizione di un elettrone o di qualunque altra particella elementare. C'è un compromesso inevitabile che lo spettatore deve accettare: se vuole conoscere meglio la posizione della "pallina", deve perdere qualcosa nella precisione con cui ne conosce la velocità, e viceversa. Al limite, la conoscenza esatta della posizione è a scapito della ignoranza assoluta della velocità. Non si tratta di un problema "tecnico": anche se la nostra telecamera fosse perfetta, non saremmo mai in grado di prevedere se il nostro tennista subatomico farà un altro ace.
L'estremamente piccolo
Così la natura mostra un argine alla nostra possibilità di determinarne gli aspetti più profondi. In termini quantitativi questo argine è espresso dalla costante di Planck: è il suo valore che segna, per così dire, il grado di questa indeterminazione. Il valore della costante di Planck è estremamente piccolo (nel sistema più usato in fisica, basato sui grammi, i centimetri e i secondi, essa equivale a una parte su 6,6 miliardi di miliardi di miliardi), il che spiega come mai i suoi effetti non sono percepibili nella nostra esperienza ordinaria. Tuttavia, per quanto piccolo, il valore della costante di Planck non è nullo: questo fatto limita, non solo in pratica, ma anche in linea di principio, la nostra possibilità di misurare, e anche di immaginare e descrivere adeguatamente le proprietà fisiche dei singoli mattoni fondamentali che costituiscono la materia. «Quando si tratta di atomi, il linguaggio può solo essere usato come in poesia», parola di Niels Bohr, uno dei padri della meccanica quantistica.
Le tecniche attuali ci consentono di misurare la velocità della luce con grande precisione: 299.792 km al secondo. Si raggiunge la Luna in poco più di un secondo, Marte nel tempo di un caffè. La teoria della relatività, oggi suffragata da una moltitudine di evidenze sperimentali, ci indica poi che questa velocità segna un record definitivo, imbattibile: nessun messaggio fisico può propagarsi con una velocità superiore a quella della luce.
Trecentomila chilometri al secondo vuol dire oltre un miliardo di chilometri all'ora. È una velocità inconcepibile alla nostra immaginazione, eppure si tratta di una velocità finita. Questo fatto ha una conseguenza radicale sulle nostre possibilità di osservare il cosmo. Numerose evidenze astrofisiche accumulate in questi decenni mostrano che l'universo ha una storia finita nel passato, una storia che ha preso il via da uno stato di estrema densità e temperatura e anche di estrema semplicità, in un'epoca che risale a circa 15 miliardi di anni fa. Se la velocità della luce è finita, ed è anche la massima velocità possibile in natura, questo significa che nell'intero arco di tempo della storia dell'universo un qualunque messaggio fisico può avere coperto solo una certa distanza: enorme ma limitata.
Orizzonte cosmologico
Qual è la conseguenza per noi? La conseguenza è che c'è un limite ultimo e irrevocabile alla profondità dello spazio che possiamo osservare, così come c'è un limite temporale all'età di ogni realtà fisica. Non importa quanto potenti sono i nostri telescopi o quelli che potremo costruire in futuro: non è un problema di tecnologia, ma di come la natura è fatta. Si può stimare che la massima distanza da cui possiamo ricevere "qualcosa" è di circa 1023 km (centomila miliardi di miliardi di chilometri). Oggi le nostre osservazioni si avvicinano a questo "orizzonte cosmologico" (come viene definito anche tecnicamente), ma non potremo mai spingere lo sguardo oltre tale orizzonte. C'è un sipario che la natura stende sui suoi confini ultimi. La regione dell'universo accessibile alla nostra osservazione è inesorabilmente limitata dal valore finito della velocità della luce.
«L'universo non cela più oggi alcun mistero», si diceva un secolo fa. Ma sembra preistoria. Il valore finito della costante di Planck (piccolissimo, ma non uguale a zero) e della velocità della luce (grandissimo, ma non infinito) testimoniano il carattere "inarrivabile" della realtà fisica. La scienza moderna ci confida che neppure strumenti perfetti consentirebbero di spingere le nostre osservazioni al di là di certe sponde. La ricerca scientifica promette di proseguire indomita la sua avventura, ma sempre lasciando ultimamente incompiuto il suo affresco del mondo fisico. Così, proprio come i navigatori di un tempo, ai margini delle nostre mappe dell'universo accessibile tracceremo sempre il dominio di una "terra incognita", analogia affascinante dell'Oltre, segno forte dell'insondabile Mistero che abbraccia tutto e ogni cosa.
Le colonne d'Ercole
Ma oggi abbiamo anche incominciato a renderci conto di un altro fatto fondamentale. I valori assunti in natura dalla velocità della luce e dalla costante di Planck svolgono un ruolo cruciale nella struttura e nell'evoluzione dell'universo fisico. Il valore di queste costanti determina l'importanza relativa delle forze fondamentali che controllano la catena ininterrotta di eventi cosmici che portano, ultimamente, alle particolarissime condizioni fisiche necessarie per l'emergere della vita e dell'uomo. Addirittura, una differenza anche minuscola nel valore dell'una o dell'altra avrebbe avuto conseguenze catastrofiche sull'evoluzione della struttura dell'universo, nefaste per la possibilità di sostenere esseri viventi al suo interno. Il valore finito di queste due costanti, che da una parte "vela" i fattori ultimi del mondo fisico, dall'altra è indispensabile affinché noi possiamo essere qui, ammirati, a parlarne. Come ha scritto il cosmologo John Barrow, «la finitezza della velocità della luce è uno degli elementi che rendono la vita nell'universo possibile, e potrebbe essere uno degli elementi che rendono possibile l'universo stesso. Ironicamente è anche uno degli elementi che impediscono agli esseri viventi di conoscere i segreti ultimi». Siamo così condotti a un affascinante paradosso: le medesime circostanze fisiche che rendono l'universo accogliente per l'uomo, implicano contemporaneamente un livello ineliminabile di incompiutezza nella nostra possibilità di misurare e scandagliare l'universo stesso.
Così, inaspettatamente, la presenza di quelle mitiche colonne dov'Ercole segnò li suoi riguardi/ acciò che l'uom più oltre non si metta» (Inferno, XXVI, 107) si rivela essere in un rapporto misterioso e profondo con la possibilità stessa della nostra vita di creature coscienti. Un universo vivibile deve avere necessariamente una "terra incognita".
martedì, settembre 30, 2008
Un Paese a Sei Corde - Chitarre sul lago d'Orta

L'Associazione Culturale "La Finestra sul Lago" ha presentato
Un Paese a Sei Corde
Chitarre sul lago d'Orta
12 concerti in collaborazione con l'Unione dei Comuni del Cusio
Con il concerto di Tony McManus di sabato scorso, 27 settembre, si è chiusa l’edizione 2008 di Un Paese a Sei Corde. Una serata speciale, protagonista forse il miglior chitarrista celtico del mondo.
Sul palco, in sala di registrazione o dietro un banco di regia, Tony McManus porta con sé un profondo rispetto per la musica tradizionale. Ovunque lo porti il suo viaggio, possiamo stare sicuri che si tratterà di un percorso affascinante. E non ha certo deluso le aspettative, nella bella cornice della chiesa di S. Albino a Pella. Due ore intense, con un concerto che è un viaggio nella cultura chitarrista mitteleuropea e nord americana.
Dodici concerti articolati su un programma che è durato tre mesi e ha visto impegnati ventitre artisti, con eventi che hanno toccato alcune delle più belle località dei comuni del Cusio. La terza edizione di Un Paese a Sei Corde è stata senza dubbio caratterizzata dall’ottima affluenza di pubblico in tutte le occasioni, segnando una buona maturazione della proposta e del lato organizzativo. La parentesi al femminile ha sicuramente interessato i cultori della chitarra classica e ha sorpreso anche chi segue principalmente i chitarristi acustici. Non resta che scoprire quali saranno le novità per la prossima edizione.
Tutti gli appuntamenti, per tutto il programma della rassegna, sono stati a ingresso gratuito, grazie al patrocinio e al contributo della Regione Piemonte, della Provincia di Novara (Assessorato alla Cultura), dell’Unione dei Comuni del Cusio e delle Fondazioni Comunità del Novarese ONLUS e Banca Popolare di Novara per il Territorio. Grazie a tutti coloro che ci hanno seguito con costanza e con passione, grazie alle istituzioni che ci hanno sostenuto con i loro contributi e grazie a tutti i collaboratori (giornalisti, fotografi e musicisti) che con grande professionalità ci hanno consigliato sia in corso di progettazione che in corso d'opera.
Se volete ripercorrere a ritroso il cammino di questa rassegna visitate www.unpaeseaseicorde.it, dove ritroverete il programma completo della manifestazione, le foto e le news degli artisti, i link ai loro siti, le immagini, i video e tanto altro.
Arrivederci all'anno prossimo!
sabato, settembre 20, 2008
Lou Marini e Blues for people: in missione per conto di Dio

In un angolo remoto della Fiera di Rimini accade qualcosa di straordinario: il Blues Brother "Blue Lou" Marini, che oltre alla leggendaria band ha collaborato con i più grandi musicisti rock, blues e jazz, si alza dalla sedia di relatore e improvvisa una danza a ritmo di musica, di fronte a un pubblico incredulo. Nell'aria, le note introduttive del suo nuovo lavoro discografico. Ma di che stiamo parlando?
Facciamo un passo indietro: Milano, Politecnico, fine anni Ottanta. Un gruppo di universitari, amici per la pelle, inizia un'avventura: riproporre lo show dei fratelli Blues per raccogliere fondi in beneficenza. Gli anni passano, l'amicizia cresce e la famiglia si allarga a nuovi componenti.
La BBBand ne ha passate di tutti i colori tra concerti, incontri, storie, amicizie. Insieme si decide di dare forma legale e maggior dignità all'opera iniziata, e allora si fonda l'associazione Blues for People.
Nel 2004, proprio al Meeting di Rimini, avviene l'incontro travolgente con Lou Marini. Il musicista coglie immediatamente lo spirito ironico e vivace della band, e nasce una bella amicizia. I “ragazzi”, che già sanno di aver ricevuto tanto, non smettono tuttavia di sognare in grande, e nel 2007 azzardano una proposta geniale e incredibile: chiedono a Lou di ri-armonizzare i più famosi canti popolari italiani in chiave rithm'n'blues, funky... insomma come li suonerebbero i Blues Brothers. E lui che fa? Accetta!
Torniamo al presente: “Blue Lou” Marini, Marco “Elwood” Ricotti, Carlo “Jake” Fumagalli e Ciccio “Cab” Celant raccontano al pubblico del Meeting non tanto un progetto discografico, quanto la storia di un'amicizia bella e inaspettata, che a visto il gruppo di musicisti addirittura condividere le vacanze. C'è spazio per qualche domanda alla leggenda del sax.
Qual è stata la prima reazione all'idea dell'album? Quale il metodo di
lavoro? E che giudizio dai a posteriori? Lou Marini non si lascia pregare, e racconta tutta la storia: «Sono canzoni bellissime, ma all'inizio ne conoscevo soltanto una. Mi domandavo: come farò? Ma poi mi accorsi che tutti quei ritornelli, una volta ascoltati, non escono più dalla testa, hanno una forza incredibile; così mi sono innamorato del progetto e mi sono appassionato a quelle vecchie canzoni italiane. Le fischiettavo di continuo passeggiando per New York pensando a come dargli nuova veste, pur volendone rispettare la melodia originale, senza stravolgerle. È stato un lavoro affascinante, di grande creatività. Poi abbiamo inciso la sezione ritmica a Brooklyn con altri colleghi della Original Blues Brothers Band: c'era tanta allegria, anche perché non ero il solo di origine italiana... Infine sono partito per Milano, e la BBBand ha pensato a voci, cori e tutto il resto. Il mio metodo è quello di dare la massima libertà creativa a tutti gli artisti. Solo così nascono le buone idee. In questo album c'è un non so che di ironia, un certo spirito indefinibile che lo rende unico, allegro, divertente, tutto da ballare. E questo in un periodo in cui si produce tanta roba volgare e deprimente. Sono molto contento del risultato finale».
Il lavoro discografico, di cui ancora non si rivela il nome, è ormai quasi del tutto concluso, ma i pochi secondi ascoltati (e il ballo intrigante di Lou) infiammano il pubblico, che canta in coro e batte le mani a ritmo di musica. E pensare che si trattava dell'arcinota “Uva Fogarina”... Forse non si era mai visto tanto entusiasmo e partecipazione nel cantarla! Si dovrà tuttavia attendere l'autunno per l'uscita ufficiale dell'album. Nel frattempo non bisognerà perdere di vista il sito della band (www.bluesforpeople.com – attivo entro pochi giorni). Insomma una storia in cui la realtà supera di gran lunga ogni immaginazione.
Davvero questi ragazzi, per citare il loro motto, “Non mandano mai a casa nessuno scontento”.
A partire da loro stessi.
Fonte: http://www.ilsussidiario.net
Autore: Stefano Rizza
Erano le quattro del pomeriggio - L’incontro di Giovanni e Andrea (di Luigi Giussani)
Il capitolo primo di san Giovanni contiene la memoria di coloro che l’hanno seguito subito. Su un foglio, qualcuno di loro ha annotato le prime impressioni e i tratti del primo momento in cui il fatto accadde. Il primo capitolo di san Giovanni, infatti, contiene un seguito di appunti che sono proprio appunti di memoria. Uno dei due, diventato vecchio, legge nella sua memoria gli appunti rimasti.
«Quel giorno Giovanni stava ancora là con due discepoli. Fissando lo sguardo su Gesù che passava disse...». Immaginatevi la scena, dunque. Dopo 150 anni che lo aspettavano, finalmente il popolo ebraico, che sempre, per tutta la sua storia, per due millenni, aveva avuto qualche profeta, qualcheduno riconosciuto profeta da tutti, dopo 150 anni finalmente il popolo ebraico ebbe di nuovo il profeta: si chiamava Giovanni Battista. Ne parlano anche altri scritti dell’antichità, è documentato storicamente, quindi. Tutta la gente - ricchi e poveri, pubblicani e farisei, amici e contrari - andava a sentirlo e a vedere il modo con cui viveva, al di là del Giordano, in terra deserta, di locuste e di erbe selvatiche. Aveva sempre un crocchio di persone attorno. Tra queste persone quel giorno c’erano anche due che andavano per la prima volta e venivano, diciamo, dalla campagna - veramente venivano dal lago, che era abbastanza lontano ed era fuori del giro delle città evolute -. Erano là come due paesani che per la prima volta vengano in città, spaesati, e guardavano con gli occhi sbarrati tutto quel che stava attorno e soprattutto lui. Erano là con la bocca aperta e gli occhi spalancati a guardare lui, a sentire lui, attentissimi. Improvvisamente uno del gruppo, un giovane uomo, se ne parte, prende il sentiero lungo il fiume per andare verso il nord. E Giovanni Battista immediatamente, fissandolo, grida: «Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato dal mondo!». Ma la gente non si mosse, erano abituati a sentire il profeta ogni tanto esprimersi in frasi strane, incomprensibili, senza nesso, senza contesto; perciò, la maggior parte dei presenti non ci fece caso. I due che venivano per la prima volta ed erano là che pendevano dalle sue labbra, che guardavano gli occhi suoi, seguivano i suoi occhi dovunque girasse lo sguardo, hanno visto che fissava quell’individuo che se ne andava, e si sono messi alle sue calcagna. Lo seguirono stando a distanza, per timore, per vergogna, ma stranamente, profondamente, oscuramente e suggestivamente incuriositi. «Quei due discepoli, sentendolo parlar così, seguirono Gesù. Gesù si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbi, dove abiti?”. Disse loro: “Venite a vedere”». «E andarono, e videro dove abitava, e si fermarono presso di lui tutto quel giorno. Erano circa le 4 del pomeriggio». Uno dei due, che avevano udito le parole di Giovanni Battista e lo avevano seguito, si chiamava Andrea, ed era il fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo proprio suo fratello Simone, che tornava dalla spiaggia - tornava o dalla pescagione o dal rassettare le reti necessarie al pescatore - e gli dice: «Abbiamo trovato il Messia».
Come ha fatto a dire: «Abbiamo trovato il Messia»? Gesù, parlando loro, avrà detto questa parola, che era nel loro vocabolario; perché dire che quello fosse il Messia, “in quattro e quattr’otto”, sarebbe stato impossibile. Si vede che, stando là ore e ore ad ascoltare quell’uomo, vedendolo, guardandolo parlare - chi è che parlava così? Chi aveva mai parlato così? Chi aveva detto quelle cose? Mai sentite! Mai visto uno così! -, lentamente dentro il loro animo si faceva strada l’espressione: «Se non credo a quest’uomo non credo più a nessuno, neanche ai miei occhi».
Ma immaginate quei due che lo stanno a sentire alcune ore e poi dopo devono andare a casa. Lui li congeda e se ne tornano zitti. E poi si dividono: ognuno dei due va a casa sua. Non si salutano, non perché non si salutino, ma si salutano in un altro modo, si salutano senza salutarsi, perché sono pieni della stessa cosa, sono una cosa sola loro due, tanto sono pieni della stessa cosa. E Andrea entra in casa sua e mette giù il mantello, e la moglie gli dice: «Ma, Andrea, che hai? Sei diverso, che ti è successo?». Immaginate lui che scoppiasse in pianto abbracciandola, e lei che, sconvolta da questo, continuasse a domandargli: «Ma che hai?». E lui a stringere sua moglie, che non si è mai sentita stretta così in vita sua: era un altro. Era un altro! Era lui, ma era un altro. Se gli avessero domandato: «Chi sei?», avrebbe detto: «Capisco che son diventato un altro... dopo aver sentito quell’individuo, quell’uomo, io sono diventato un altro». Ragazzi, questo, senza troppe sottigliezze, è accaduto.
Racconto pubblicato dal sito della rivista Piccole Tracce (http://www.piccoletracce.it)
http://www.piccoletracce.it/passo.htm#portogal
venerdì, settembre 12, 2008
Il Re del Portogallo - di Luigi Giussani
Figuriamoci un paesino di montagna, alcuni decenni fa. Un'unica mulattiera unisce il villaggio al paese più grande, giù a fondo valle. Non c'è un medico stabile, ma c'è il comune, con un sindaco. Tutti vivono del bosco, qualche gallina, qualche mucca, nessun nesso col mondo. Un paesino chiuso, degradato. Nell'unica casa un po' bella del paese una famiglia venuta dalla città viene a stabilirsi. Un signore e una signora molto distinti, due bambini. Sono gentilissimi, ma tutto il villaggio si ritrae di fronte a loro. Li spiano dalle fessure delle persiane quando passano, nell'unica botteguccia del paese non accettano alcun tipo di conversazione, nessuno li saluta. Accade un giorno che un abitante del paese si infortuna gravemente. La signora è medico e si adopera in tutti i modi fino alla sua completa guarigione. Così il ghiaccio si rompe e via via, molto lentamente, si crea non tanto un affiatamento a parole, ma un affiatamento pratico. Anche lui si rende disponibile a ogni necessità: un camino si rompe, un macchinario da riparare..., quel signore di città sa sempre come intervenire. «Sarà un ingegnere», dicono tra loro in paese. Lui la sera andava sempre nell'unica osteria del villaggio dove gli uomini giocavano a carte avvolti in una nuvola di fumo. E, dapprima, se ne stava lì a guardare, poi nell'impaccio generale chiede di poter giocare anche lui, e gli uomini del paese scoprono che è anche un ottimo giocatore. Insomma, dopo qualche settimana quella era la famiglia più amata del paese. Una domenica, mentre stavano giocando a carte, si interrompe per raccontare di quando aveva viaggiato nella Terra del Fuoco e tutti se ne stavano lì con le carte in mano e la pipa in bocca ad ascoltarlo, perché parlava in modo affascinante, sapeva una infinità di cose. A un certo punto il più vecchio di tutti tira fuori la pipa dalla bocca, mette giù le carte e dice:«Senti, tu devi rispondere alla nostra curiosità. Molti fra noi dicono che sei un ingegnere, molti dicono che sei uno scienziato, altri dicono altre cose. Ma tu chi sei? Come fai a essere così bravo in tutto, a sapere tante cose?».
Allora lui dice: «Amici, adesso che siamo veramente in confidenza ve lo posso dire. Però non dovete tradirmi, perché per una serie di ragioni la mia posizione è delicata nei confronti della legge, e se si sapesse che sono qui mi arresterebbero subito. Io sono il re del Portogallo in esilio».
A nessuno lì nell'osteria viene in mente di mettere in dubbio questa risposta: la sua risposta, inimmaginabile, s'addiceva al suo tipo di persona.
http://www.piccoletracce.it/passo.htm#portogal
venerdì, agosto 15, 2008
Meeting di Rimini - O protagonisti o nessuno
Domenica 24 agosto 2008 - sabato 30 agosto 2008 si apre la ventinovesima edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli intitolata O protagonisti o nessuno vuole riflettere sul concetto di persona. La parola protagonista, che è una accezione positiva del concetto di persona, è molto usata nella nostra società; per questo motivo dobbiamo tenere nella giusta considerazione il contesto storico in cui viviamo.Se ci domandassimo infatti chi è il protagonista oggi, per la mentalità comune, dovremmo necessariamente rispondere che stiamo parlando di un soggetto il cui scopo principale nella vita è il successo. Senza di esso ci si ritrova privati di una identità precisa, o meglio di quella possibilità di essere riconosciuti che, in qualche modo, sembra dare l’illusione di ‘esserci’ per davvero. Si tratta in altre parole di una omologazione che obbliga a seguire in tutto e per tutto le direttive della moda dominante: senza essere socialmente riconoscibili, del resto, oggi giorno non si esiste. Ma che tipo di uomo è quello che insegue a tutti i costi ciò che lo fa distinguere dagli altri? È il divo, ovvero l’uomo che si erge a Dio. Quest’ uomo, nel tentativo di essere libero, vuole possedere la realtà in assoluta autonomia; si ritrova invece schiavo delle circostanze, delle cose e, ovviamente, della riuscita. Tagliato il rapporto con la realtà, prigioniero dell’esito, l’uomo rimane in una condizione di passività umana che lo costringe ad esprimersi in un triste e vuoto formalismo .Ma un uomo che conta solo sulle sue forze è destinato, prima o poi, a fallire. L’esito inevitabile di questo processo è lo scetticismo e il cinismo.
Che cosa invece è più forte della riuscita, meno effimero del successo? Afferma don Luigi Giussani: “protagonisti non vuole dire avere la genialità o la spiritualità di alcuni, ma avere il proprio volto, che è, in tutta la storia e l’eternità, unico e irripetibile”. Il vero protagonista è infatti l’uomo stupito che fa la scoperta commovente -che scaturisce sempre da un preciso incontro con la realtà- di avere un volto unico e irripetibile. Un uomo libero: libero perché, quasi per una sorta di paradosso, è consapevole di essere legato all’origine della vita stessa, a quel disegno misterioso da cui intuisce che ogni cosa dipende. Un uomo religioso: capace di rapportarsi con la realtà tutta e che, ammettendo la categoria della possibilità, è disponibile ad una possibile rivelazione. Un uomo irriducibile: che non può accontentarsi di nessuna riduzione ideologica, né biologica né storicistica. Un uomo che conosce perché ama: abbracciando le persone e le circostanze della vita, quelle felici e quelle dolorose, vuole giudicare tutto nella continua ricerca del significato ultimo per cui la realtà è fatta.
Documenteremo con incontri, dibattiti, testimonianze, mostre e spettacoli, la dimensione di questo tipo di uomo che è l’unica e possibile rivoluzione per il nostro tempo.
www.meetingrimini.org
sabato, luglio 19, 2008
Rdrock Project al Rosa Antico Club
Di seguito invece potete leggere l'intervista che è stata fatta agli artisti dell' Rdrock Project che hanno suonato al Rosa Antico...
1) Perché uno dovrebbe ascoltare la tua musica?
Ivo: Me lo chiedo tutte le volte che scrivo una canzone. Forse la domanda giusta sarebbe "perchè DEVO far ascoltare la mia musica?" e in questo caso risponderei che è la forma migliore che ho trovato per raccontare me stesso agli altri, anche se agli altri magari di me interessa poco.
Giovanni: Già perché? Forse quello che si muove dentro di me ha a che fare con quello che si muove dentro ogni uomo, non lo so.
Francesco: Perchè non dovrebbe farlo ?
Walter: Non c'è una ragione sola al mondo per cui uno DOVREBBE ascoltare la mia musica. Io suono e canto ormai da quasi trent'anni, e credo di averlo fatto quasi sempre in modo serio e preparandomi. Perciò quello che chiedo a chi mi sta di fronte quando suono è la stessa serietà che metto io suonando, sia che si tratti di coinvolgersi ballando, sia che si debba ascoltare. Ma nessuno è costretto a questo, ha sempre la libertà di non ascoltare.
2) Cosa vuol dire per te suonare in acustico?
Ivo: Vuol dire proporre musica in una situazione che aiuta l'ascolto.
Giovanni: Non lo so, è una sfida che ci ha lanciato Ivo, io sono sempre scazzato quando suono da solo perché penso al fatto che ho smesso di studiare approfonditamente la chitarra per prendermi quella cazzo di laurea in fisica. E fare quattro accordi mi risulta leggero solo se sono un po' in aria, grazie al vino, o se sono in compagnia, spesso anche lì in aria, a cantare le belle canzoni di una volta, ma con la mia musica è tutta una partita aperta
Francesco: My soul and my guitar naked on stage.
Walter: E' forse la dimensione che prediligo, perché trovo che si riescano a proporre le canzoni (proprie o cover) senza ulteriori orpelli, in una maniera, almeno per me, vicina a come le canzoni sono nate. Poi mi piace molto anche pensare agli arrangiamenti, strutturare e scrivere parti per altri strumenti, così come mi piace molto, per certe canzoni, il suono elettrico. Ma molti degli artisti a cui sono più legato si sono sempre mossi in territori acustici, e questa deve essere la ragione principale per cui questo mondo mi affascina così.
3) Cosa vuol dire per te suonare all RdRock project?
Ivo: Vuol dire condividere con degli amici musicisti la stessa passione e le stesse esigenze.
Giovanni: Vuol dire condividere con altri amici una passione, it's easy!
Francesco: Amicizia.
Walter: Rimettermi di fronte a quello che ho prodotto, magari senza proporlo così di sovente, e vedere se è valido, se posso cantare e suonare quel materiale in pubblico. Eppoi è un'occasione di confronto con altre persone, con le loro diverse modalità compositive, con i loro mondi di riferimento.
4) Quale tra le tue canzoni non smetteresti mai di suonare e perchè?
Ivo: "Rosa da cercare", perché è una canzone sulla "gratuità" e sulla "ricerca"
Giovanni: Posso dire anche quali non smetterei mai di cantare? si, grazie!
"Little wing", perché mi piace. Poi "stay" degli u2 perché è geniale nella sua carica sentimentale e "amore dammi quel fazzolettino" perché la cantava mia mamma quando ero piccolo e mi ricorda la bellezza di quando ero piccolo e la sera c'era il tizio barbuto che leggeva il meteo.
Francesco: Oddio, dipende dai periodi. Adesso "Le Mani", ma perchè non ho ancora capito
come arrangiarla.....
Walter: Per il mio ipercriticismo nei confronti di me stesso, non sono fra quelli che continuamente suonano e risuonano le proprie canzoni... Fra tutte forse LA MUCCA CAMILLA è quella che propongo e ripropongo senza stancarmi mai. E funziona ancora, dopo 10 anni, con tutti i tipi di pubblico.
5) Beatles o rolling stones?
Ivo: Beatles forever! La genialità dei quattro baronetti è a tutt'oggi insuperata!
Giovanni: WHO!
Francesco: Rolling Beatles. Fikus eh?
Walter: Beatles tutta la vita.
6) Quello che suoni è il genere che vorresti suonare?
Ivo: Non sempre. Suono il genere che, con le mie limitate capacità, mi permette di farmi ascoltare senza far grossi danni.
Giovanni: SI, ECCHECCAZZO!
Francesco: Si. Più o meno.
Walter: Quando mi capita di proporre le mie canzoni, le propongo come le voglio realizzare io. Per il resto suono musica di tutti e due i generi, Country e Western.
7) Tra gli artisti dell'rdrock project con chi ti piacerebbe collaborare?
Ivo: Con tutti! Sono tutti ottimi artisti! E con alcuni ho già collaborato (Walter e Frank)
Giovanni: vorrei cantare le canzoni di Ivo!
Francesco: Tutti ma per motivi diversi.
Walter: Ho già collaborato con Ivano a molti livelli, con Francesco invece non ho mai suonato. Diciamo che anche la maniera di scrivere di Giovanni mi interessa, e avendo il tempo necessario mi piacerebbe mettere le mani su una delle sue canzoni e lavorarla un po'. Is it correct enough?
8) Come inizia il processo di scrittura di una canzone?
Ivo: Inizia con l' "avere qualcosa da dire". Se non ho nulla da raccontare, posso stare mesi senza scrivere una canzone, ma questo per me sarebbe segno che sto vivendo una vita piatta.
Giovanni: il Daimon si sveglia e fa tutto lui. Veramente arriva così, imprevisto.
mi viene in mente Rebora:
"...verrà d'improvviso,
quando meno l'avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio."
Francesco: Di solito comincia la canzone. Un po' come con le donne..... illuso
chi crede di essere lui a cominciare!
Walter: Nelle maniere più diverse, da una frase, musicale o di testo; da un'idea ritmica; da qualche spunto in seguito a una lettura... Per quanto mi riguarda, in quasi tutte le canzoni che ho scritto è nato prima il testo completo, poi la musica. Per questo mi risulta relativamente più semplice musicare un testo altrui, al limite adattandolo un po'.
9) Chi sono i tuoi riferimenti musicali?
Ivo: Oggi ascolto tantissimi generi diversi, ma guardo molto a Dave Matthews. Tempo fa privilegiavo gli U2 e Vasco Rossi, e molta musica italiana degli anni 70 e 80.
Giovanni: pearl jam. Poi ascolto di tutto, in sto periodo sono in scimmia col fado, e sto consumando il cd live del 1991 "lisboa" dei madredeus. Il 3 luglio vado a vedere teresa salgueiro? Venite?!!
Francesco: Tutto e di più. Praticamente nessuno.
Walter: Pat Metheny, Weather Report, Oregon; Michael Hedges, Ani Di Franco, Dave Matthews; John Martyn fra il '70 e il '73, Nick Drake, Lucio Battisti, Beatles, John Mayer e un milione di altri.
10) Cosa ti ha spinto a scrivere musica e cosa vuoi comunicare?
Ivo: E' stato il mio amico Sandro Talia a spingermi a scrivere canzoni, ma la musica del mio amico Claudio Chieffo ha avuto su di me un fascino tale che devo a lui questa grande necessità che ho di mettere insieme parole e musica. Racconto in musica la mia esperienza di vita, anche se magari la mia vita non è poi così interessante!
Giovanni: Bisogna che chieda a Dio di farmelo capire di più, in questi anni ho giudicato poco,
tutto istinto, ma spero di imparare. Comunque ho un bisogno, di qualcosa, e la musica mi aiuta a tirare fuori questo bisogno, non so, devo farlo però. Devo scrivere.
Francesco: Necessità. Comunicare le pieghe della realtà.
Walter: Mah, in genere si comunica ciò che si vive. Sia scrivendo canzoni che brani strumentali. Non saprei che altro aggiungere.
Si vive nel momento in cui si guarda ciò che accade e si prova a leggerlo, a focalizzarlo, a giudicarlo e a farlo diventare un testo con musica o semplicemente un brano musicale. Si vive anche nel momento in cui si suona, e quello che hai scritto diventa performance, viene eseguito e trasmesso ad altri che ascoltano.
Si cerca di vivere e di trasmettere un’emozione, non nel senso effimero ed epidermico in cui si intende oggi, da Xfactor a venire in giù, ma nel senso vero, che ha la stessa radice di com-mozione, qualcosa dentro di te che si muove, e muove qualcosa di profondo anche nell’altro che ascolta. Questo può avvenire (spero) con una mia canzone, con una cover rock, con un canto alpino o con una ninna nanna siciliana. Basta imparare ad ascoltare senza pregiudizi.
vano Conti (http://www.myspace.com/ivanoconti)
Giovanni De Cillis & Coil Spring (http://www.coilspring.altervista.org/)
Walter Muto (http://www.waltermuto.it/)
Francesco D'Acri (http://www.myspace.com/frankdacri)
lunedì, luglio 14, 2008
Perché la notte è buia? - di Marco Bersanelli
L'abisso nero del cielo, oltre le stelle e le galassie, porta il segno dell'origine. Un astrofisico, Marco Bersanelli, fa il punto sulle ricerche cosmologiche più avanzate. Trattando il suo oggetto con serietà, la scienza si imbatte in un fattore che deve riconoscere come «oltre». Glielo impone la fedeltà al metodo «Perché la notte è buia?». Pare una di quelle domande di un bimbo di tre o quattro anni, che di fronte a qualunque cosa non sa trattenere quella strana paroletta: «perché?». Eppure, presa sul serio, questa domanda porta a conseguenze notevoli per la comprensione della struttura dell'universo su grande scala e sulla sua evoluzione nel tempo. In altre parole, è una domanda cosmologica. La cosmologia è il ramo dell'astrofisica che ha come oggetto (unico, per definizione) l'intero universo fisico. La cosmologia non ha come scopo lo studio dei pianeti, le nebulose, le stelle o le galassie; bensì l'insieme di tutte queste cose.
Sulla domanda del nostro bambinetto ha riflettuto seriamente Olbers nel 1826. Egli si rese conto che se l'universo fosse infinito e riempito in modo più o meno uniforme di sorgenti luminose (stelle, galassie), allora il fondo del cielo invece che nero ci dovrebbe apparire luminoso, tanto brillante quanto la superficie del sole, e la temperatura ovunque nell'universo sarebbe di migliaia di gradi. Sarebbe un universo davvero poco ospitale. Ma evidentemente, e per fortuna, le cose non stanno così.
Circa un secolo dopo, nel 1929, Hubble fece la scoperta che può essere considerata la base della cosmologia moderna. Hubble osservò con grande cura e tenacia le galassie più distanti osservabili con i telescopi allora disponibili, e di ciascuna misurò la distanza e la velocità. I risultati del suo studio mostravano un fatto sconvolgente: le galassie si allontanano le une dalle altre con una velocità tanto più grande quanto maggiore è la loro distanza reciproca. Per cogliere la situazione possiamo immaginare un palloncino gonfiabile, tutto giallo con dei piccoli pois rossi. Quando il palloncino viene gonfiato, i puntini rossi si allontanano gli uni dagli altri proprio come le galassie nell'universo. È nella natura stessa dello spazio (palloncino giallo) il fatto di non essere una realtà statica, ma in continua espansione. In un certo senso le galassie sono «ferme» nello spazio (come i pois sono fissati sulla plastica gialla), ma lo spazio nel quale si trovano si dilata.
Così Hubble scoprì il primo fondamentale fatto che, sommato a una grande quantità di altre evidenze accumulate dalla ricerca astrofisica negli ultimi 60 anni, ha rivoluzionato la nostra visione cosmologica: l'universo fisico nel suo insieme non è una realtà statica ed immutabile, ma è in moto. Viviamo in un cosmo che muta nel tempo, che ha un passato, un futuro, una storia. Il fatto che il cosmo debba essere guardato come una realtà in movimento rende piena giustizia alla parola «uni-verso»: suggerisce che l'unità del tutto è convogliata in una direzione, verso uno scopo.
La scoperta fondamentale di Hubble è all'origine del modello del Big Bang, proposto per la prima volta da George Gamow nel 1946. Se l'universo si espande significa che nel passato la stessa quantità di energia e materia doveva essere contenuta in un volume più piccolo. Di conseguenza la temperatura e la pressione dovevano essere sempre più grandi via via che ci spingiamo indietro nel passato. Il grande esercizio della cosmologia moderna è dunque quello di studiare la fisica dell'universo andando a ritroso nel tempo cosmico, considerando situazioni sempre più estreme di densità e temperatura.
Ma, se le cose stanno così, a che punto siamo di questa storia cosmica? Dalla osservazione della velocità con cui si espande è possibile calcolare l'età dell'universo: esiste un tempo finito nel passato in cui la distanza tra due punti qualunque dello spazio (due puntini rossi sul palloncino) tende a zero. Questo tempo corrisponde a circa 15 miliardi di anni fa.
Alla fine degli anni Quaranta, a conclusione di un originalissimo studio teorico, Gamow e i suoi due studenti Alpher e Hermann si convinsero che poteva essere rinvenuta una traccia diretta dell'esistenza di una fase iniziale della storia dell'universo caratterizzata da una altissima temperatura. I loro risultati avevano portato a prevedere l'esistenza di un residuo di energia, oggi debolissima ma ancora osservabile, proveniente direttamente dal bollente universo primordiale. M
a ci volle un puro imprevisto perché la verità emergesse.
Non erano i tempi di Internet o di World Wide Web, sicché non molti vennero a sapere dei lavori di Gamow. Di sicuro non ne sapevano niente, quindici anni dopo, Penzias e Wilson del Bell Laboratory, che stavano facendo dei test su una grossa antenna per telecomunicazioni. Nel corso delle loro misure registrarono un modesto «eccesso di segnale». I due scienziati non trascurarono questo fatto apparentemente marginale, ma lo guardarono dritto in faccia. Inizialmente attribuirono il fenomeno a un difetto della loro antenna. Una attenta analisi, tuttavia, mostrò che né gli strumenti né sorgenti astronomiche note potevano spiegare quell'effetto. Penzias menzionò l'episodio a un suo amico dell'università di Princeton, il quale gli suggerì la possibilità che si trattasse di un segnale di origine cosmologica, come Gamow aveva previsto. Fu in questa maniera che Penzias e Wilson si resero conto di aver captato per la prima volta quello che è stato chiamato l'eco del Big Bang, una traccia diretta dell'universo primordiale, e che ha fatto fare un balzo incredibile alla cosmologia negli ultimi trent'anni. Per questa scoperta nel 1978 Penzias e Wilson ricevettero il premio Nobel.
Per capire meglio di che si tratta basta guardare un oggetto qualunque. Per esempio, il vaso di fiori che sta di fronte a me, a tre metri di distanza. Siccome la luce viaggia a 300 mila chilometri al secondo, la luce che parte dal vaso di fiori in un dato istante raggiungerà i miei occhi un centomilionesimo di secondo dopo: un tempo molto piccolo, nessuno se ne accorge, neanche i più pignoli. Se ora alzo lo sguardo e vedo la luna, la luce che vedo è partita effettivamente dalla luna circa un secondo fa. Nel caso del sole il ritardo è di 8 minuti. Noi vediamo le cose come erano nel passato, con un ritardo tanto più pronunciato quanto più distante è l'oggetto: dobbiamo concedere alla luce il tempo di attraversare la distanza che ci separa da esso. Noi oggi vediamo le stelle come erano decine, centinaia, o migliaia di anni fa. Le galassie sono tanto distanti che la luce ha impiegato molti milioni di anni per raggiungerci. Le galassie più distanti ci mandano un segnale che è partito oltre 10 miliardi di anni fa. Se andiamo oltre, il messaggio che riceviamo proviene da un passato così profondo che le stelle e le galassie ancora non avevano avuto il tempo di formarsi ed emettere la loro energia: è questo che spiega perché il cielo è oscuro! Infine, dal fondo «ultimo» del cielo riceviamo una immagine di come l'universo era nella sua prima infanzia, circa 15 miliardi di anni fa. A causa dell'espansione dell'universo, l'energia che oggi riceviamo è molto inferiore a quella emessa in quel lontano passato: essa è equivalente a una temperatura di circa 3 gradi sopra lo zero assoluto. Questo è il segnale che Penzias e Wilson hanno registrato: una sorta di luce fossile (il «Fondo Cosmico») che ha viaggiato per 15 miliardi di anni prima di raggiungerci, e che perciò ci porta un messaggio diretto sulle condizioni fisiche dell'universo primordiale. L'abisso nero del cielo, oltre le stelle e le galassie, porta il segno dell'origine.
A causa della estrema debolezza del segnale cosmico gli esperimenti possono essere fatti solo da regioni isolate - per evitare interferenze - e con una atmosfera particolarmente trasparente (come certe montagne desertiche o il centro dell'Antartide). Le condizioni ideali per queste misure sono però date dallo spazio. Nel 1992 il satellite Cobe ha fatto la prima vera e propria mappa globale dell'universo primordiale, misurando con grande sensibilità il «Fondo Cosmico» in tutte le direzioni.
Dunque la regione più estrema che possiamo direttamente osservare corrisponde a un'epoca in cui l'età dell'universo era circa un ventimillesimo di quella attuale: se paragoniamo l'età dell'universo attuale all'età di un adulto di 50 anni, ciò equivale alle prime 20 ore di vita. Osservazioni dirette di quanto è avvenuto prima non sono possibili, perché in epoche precedenti la temperatura era tanto elevata da sbriciolare gli atomi in protoni ed elettroni. In queste condizioni l'universo è opaco: la luce non può attraversare liberamente lo spazio. È come se ci fosse un velo sui primissimi drammatici avvenimenti. Ma anche dietro il velo, indirettamente, qualche forma si intravvede. Ci sono vari fenomeni fisici accaduti nei primissimi minuti di vita dell'universo che sono noti e descrivibili con ragionevole sicurezza, le cui tracce indirette sono osservabili tutt'oggi. In particolare, dopo circa 3 minuti di espansione, il miscuglio uniforme di particelle e di radiazioni che riempiva l'universo doveva avere una temperatura di circa un miliardo di gradi, e si trovava in condizioni del tutto analoghe a quelle esistenti all'interno di un nucleo stellare: come se l'universo, per un certo breve periodo, si fosse trovato in una fase di «stella totale». In quella fase primordiale le stesse reazioni termonucleari che oggi fanno risplendere il nostro sole devono aver prodotto elio e altri elementi leggeri secondo quantità che possono essere valutate con calcoli accurati. Ebbene, le osservazioni astronomiche confermano la presenza di una componente cosmologica di elementi leggeri secondo le abbondanze previste. Questo fatto è un altro dei pilastri osservativi fondamentali che sostengono l'attuale ricostruzione cosmologica.
Andando a tempi ancora più primordiali (e quindi a energie ancora più elevate) lo studio della cosmologia si connette in modo forte con le conoscenze che derivano dall'infinitamente piccolo: la fisica delle particelle elementari. Infatti, quando i fisici fanno scontrare, ad esempio, fasci di protoni e antiprotoni ad alta energia, in un grande acceleratore di particelle, riproducono in un piccolissimo volume condizioni simili a quelle che dovevano esistere ovunque nell'universo primordiale. Negli anni più recenti si sono formulate ipotesi teoriche che descrivono le primissime frazioni di secondo di vita dell'universo, quando le dimensioni dell'attuale universo osservabile dovevano essere circa quelle di una arancia.
Dunque l'universo ha una storia, e come ogni storia anche quella cosmica sembra avere avuto un punto di partenza. Questo è, in estrema sintesi, l'ipotesi per il futuro. Tuttavia, alla domanda: «Che cosa accadde all'inizio?» la cosmologia non dà risposte. Via via che ci avviciniamo a quel punto limite le variabili fisiche che usiamo per descrivere l'universo assumono valore infinito, e le equazioni su cui ci siamo appoggiati per compiere tutti i passi intermedi che ci hanno fatto giungere fino a questo punto perdono di significato. Lo spazio e il tempo, e con essi l'energia (di cui la materia è una forma) sembrano emergere da un evento alle soglie del quale la scienza ci conduce, ma che la scienza non afferra. È uno di quei punti di frontiera in cui la scienza, trattando il suo oggetto particolare con serietà e secondo il proprio metodo, va a cozzare contro un fattore della realtà che essa stessa, per rimanere coerente, deve riconoscere come «oltre», come «inconcepibile». Questa situazione caratterizza sempre la conoscenza scientifica, ma forse emerge in modo più suggestivo quanto più è «fondamentale» l'oggetto in questione. Del resto ciò non riguarda solo l'origine della realtà fisica nel senso cosmologico (storia e passato), ma anche l'origine della realtà fisica nel presente. Se torno a guardare il vaso di fiori che ho nella mia stanza, sono ancora davanti allo stesso mistero: di che cosa è fatto?