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mercoledì, dicembre 07, 2016

B-Droid, l'ape Robot alleato degli insetti

Arriva dalla Polonia e corre in aiuto degli insetti.
Dopo quattro anni di studi e test, gli ingegneri del Politecnico di Varsavia hanno messo a punto un'ape robotica in grado di raccogliere il polline e fertilizzare i fiori.
Si chiama B-Droid, come il famoso robottino di Star Wars, ed è un concentrato di tecnologia a metà strada tra un robot e un drone.
Il suo comportamento è regolato da un software che permette di impostarlo e consente l'analisi dei dati.
Grazie alle telecamere ed ai sensori "nascosti"nelle sfere rosa e blu, il piccolo robot è in grado di creare crea una mappa in 3D dell’area e individua gli obiettivi (in questo caso i fiori uno ad uno con una notevole precisione).
La fecondazione avviene grazie a un tampone che trattiene il polline e lo deposita solo a destinazione raggiunta.
''E’ ancora un prototipo” - precisa in un articolo dell'Università Rafal Dalewski, l’ingegnere a capo del team di ricerca - ''Dobbiamo lavorare ancora su tanti aspetti - spiega Dalewski -  uno dei quali è l'autonomia della batteria, perché ora dura solo pochi minuti''.
Non è il primo esperimento del genre per gli ingeneri polacchi, prima di B-Droid infatti era stato progettata un'Ape su rotelle' - che muovendosi via terra è in grado di svolgere le stesse, ma opera solo via terra. ''Il test è terminato a settembre e dalle piante su cui lo abbiamo sperimentato abbiamo ottenuto 165 semi contro i 23 prodotti dalle altre''. Risultati che lasciano sperare anche per la versione volante, dal momento che la tecnica di impollinazione è la stessa.
Qui si profilano i tratti di una sfida a colpi di "impollinatori" tra la Polonia e gli Stati Uniti, in quanto ad Harvard gli scenziati hanno dato vita a RoboBee, un mini robot simile a una zanzara con l'ambizione di assistere e sostituire l'uomo in lavori che vanno dall’impollinazione artificiale alla ricognizione in zone o situazioni pericolose.
Il team polacco però li ha battuti sul tempo perché RoboBee - non essendo dotato di batteria – non può ancora uscire dal laboratorio. Altro punto a favore di B-Droid è che nasce con una struttura già predisposta per l’impollinazione, mentre il robottino statunitense ha un corpo standard che per operare necessita di ulteriori adattamenti, come l'aggiunta di un tampone o di una telecamera.

L'Università di Varsavia punta a produrre i primi robot a partire dal prossimo anno, per passare alla produzione industriale entro il 2019. Si comincerà con la versione su ruote e seguirà quella volante. L’invenzione è particolarmente significativa se si tiene conto che la mortalità delle api e di altri impollinatori aumenta ogni anno e da loro dipende quasi il 90% delle specie di piante selvatiche e oltre il 75% delle colture alimentari.
Secondo il primo rapporto pubblicato dall’organismo dell'Onu per la biodiversità, l'Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES), il valore economico annuo degli impollinatori si aggira tra i 235 e i 577 miliardi di dollari. Tra tutti il più diffuso nel mondo, ma anche quello più a rischio estinzione, è l'ape occidentale che produce circa 1,6 milioni di tonnellate di miele l’anno. ''Il robot – conclude l’ingegnere - non punta a sostituire gli insetti, ma ad aiutarli nel loro lavoro. Anche perché ancora non siamo ancora riusciti a costruire un robot capace di produrre miele''.

Articolo originale su "Repubblica.it"

martedì, dicembre 06, 2016

Google e le energie rinnovabili

Inutile nasconderlo, ormai ci si rivolge a Google per ogni cosa... è diventato fin troppo facile ed immediato. Tutto questo però richiede una quantità incredibile di potenza di elaborazione, che tradotto in una parola significa "energia"
L'inesorabile aumento della potenza di calcolo dei server richiede il costante aumento dei consumi di energia, sebbene oggi nascano esempi di server farm Green (cioè in grado cioè di rispettare i canoni di sostenibilità e impatto Zero), come il complesso di ENI Green Data Center, il tema del consumo smodato di risorse energetiche da parte dei mega data center ed in particolare quelli di Google, è molto sentito.
Qui arriva, ed un po' sorprende la scelta del colosso di Mountain View, che ha dichiarato l'intenzione di voler diventare al 100% “green” fin dal prossimo anno.
L’obiettivo quindi è fissato: entro il 2017 l’intero fabbisogno energetico delle attività Google a livello internazionale sarà soddisfatto con energie rinnovabili, così da non pesare sull’ambiente e sfoggiare un profilo totalmente ecosostenibile. 
L'obiettivo in verità non è nuovo, ma frutto di una strategia iniziata già nel 2010 e che nel 2017 intende trovare compimento. Urs Holzle, senior vice president technical infrastracture di Google ha dichiarato «Siamo stati una delle prime aziende a creare, su larga scala, contratti a lungo termine per l’acquisto di energia rinnovabile in maniera diretta; abbiamo firmato il nostro primo accordo per l’acquisto di tutta l’energia elettrica da un parco eolico da 114-megawatt in Iowa, nel 2010 Oggi, siamo il più grande acquirente aziendale al mondo di energia rinnovabile, con impegni che raggiungono i 2,6 gigawatt (2.600 megawatt) tra energia eolica e solare. Si tratta di un valore più grande di quello di molte grandi aziende di utility e più del doppio rispetto ai 1.21 gigawatt che ci sono voluti per inviare Marty McFly nel futuro».
Gran parte dell’energia che alimenta i server Google proviene dall’eolico, mentre una piccola parte proviene dal fotovoltaico. Una scelta oculata per motivi tecnici: il fotovoltaico è una fonte che va completata con altre o con sistemi di energy storage, poiché l’alternarsi del giorno e della notte implica l’impossibilità oggettiva di alimentare i server con continuità. 
Il vento, per contro, è un sistema non costante, ma in qualche modo prevedibile e dimensionabile in base alle proprie necessità. 
Al momento Google si limita ad acquistare gran parte dell’energia di cui ha bisogno, ma in futuro intende produrne per sé, o acquistarla da progetti finanziati dai propri stessi acquisti.
E' assai probabile che un futuro a breve termine infatti l'azienda stessa provveda alla costruzione di nuovi impianti in grado di completare quelli dei fornitori attuali, aumentando sia la capacità produttiva complessiva, che l’efficienza generale dei sistemi di approvvigionamento.
Big G sottolinea la convenienza delle rinnovabili: "Nel corso degli ultimi sei anni il costo dell'energia eolica e solare è sceso rispettivamente del 60 e dell'80 per cento" e spiega la propria ambizione motivandola in parte con vere e proprie opportunità di crescita, ed in parte con un senso di responsabilità che non può venir meno nemmeno nel mondo privato: «La scienza ci dice che la lotta contro il cambiamento climatico è una priorità globale sempre più urgente. Crediamo che il settore privato, in collaborazione con i leader politici, debba prendere misure concrete importanti e che per quanto riguarda Google, siamo in grado di farlo in un modo che porta crescita e opportunità. Abbiamo la responsabilità di farlo – per i nostri utenti e per l’ambiente»
La compagnia ha all'attivo 20 progetti di energia rinnovabile, dalla regione cilena di Atacama alla Svezia. "Fino ad oggi, i nostri impegni di acquisto si tradurranno in investimenti infrastrutturali superiori ai 3,5 miliardi di dollari a livello globale, circa i due terzi dei quali negli Stati Uniti". 
Quella che all'inizio era una questione di "scelta", ora, agganciato l’obiettivo del 100%, il gruppo potrà far crescere i propri progetti nell’ambito delle rinnovabili sapendo di lavorare tanto per contenere le spese, quanto per la sostenibilità delle proprie attività.



Apple e le auto che si guidano da sole

Pare che l'inrteresse di Apple per la guida autonoma sia tutt'altro che sopito. Steve Kenner, direttore Apple dell'integrità dei prodotti, lo scorso 22 novembre ha redatto un documento indirizzato alla National Highway Traffic Safety Administration. Si tratterebbe di una vera e propria dichiarazione di intenti nella quale si dice entusiasta delle potenzialità dell'auto senza conducente e invita le autorità americane preposte alla regolamentazione del traffico a non limitare le sperimentazioni, anche evitando di imporre troppe restrizioni sui test delle automobili a guida autonoma sostenendo che "i produttori affermati ed i nu
ovi entrati dovrebbero essere trattati allo stesso modo."
Il problema normativo è infatti decisamente spinoso, soprattutto in USA, vista la diversità di leggi nei diversi stati. Sbbene l'amministrazione Obama abbia compiuto passi avanti sulla regolamentazione, a Trump è richiesto un lavoro ancora più incisivo poiché i tempi ormai sono maturi, tanto che oltre ad Apple anche Volvo è proiettata fortemente sulla guida autonoma, lo ha ha dichiarato a settembre Håkan Samuelsson, Presidente e CEO di Volvo. “La guida autonoma può contribuire in modo significativo alla sicurezza stradale. Prima si riuscirà ad introdurre la guida autonoma nella quotidianità automobilistica, prima inizieremo a salvare vite umane”, 

Gli eventi in casa Apple

Project Titan, la denominazione del progetto "Apple Car" aveva fatto molto parlare gli stakeholder e l'ingresso di Cupertino nel mondo dell'auto era ormai dato per assodato, anche alla luce delle acquisizioni di figure specializzate, si pensava ormai ad Apple come potenziale concorrente di Tesla & Co.
Ma il Project Titan non è mai riuscito a decollare, a causa di diverse incertezze sulla la direzione da seguire e sull' obiettivo finale, a fine 2015 - inizio 2016 si decise di identificare in maniera chiara il fine di Project Titan: Apple sarebbe rimasta nel suo settore più consono, quello tecnologico, progettando una piattaforma completa ed evoluta per la guida autonoma. In seguito a questa decisione è stato effettuato un forte ridimensionamento della forza lavoro: secondo Bloomberg, siamo nell'ordine di diverse centinaia di persone.

Una delle persone coinvolte nel progetto ha dichiarato che il problema è stato il passaggio repentino dal voler costruire un'auto allo sviluppo di una piattaforma destinata alla guida autonoma con il risultao di aver provocato l'abbandono del progetto da parte di molte risorse umane altamente specializzate. Apple ha poi fatto il resto licenziando circa 120 ingegneri preposti allo sviluppo del software e del sistema operativo dell'infotelematica di bordo; inizialmente le risorse dedicate allo sviluppo della Apple Car erano stimate attorno alle 1000 unità.

Apple puntava a McLaren?

Intorno alla fine settembre era circolato anche un altro rumor, secondo il quale erano intercorsi colloqui tra Apple e McLaren.
Secondo alcune fonti Cupertino avrebbe fatto un'offerta per acquisire McLaren Technology Group, l'azienda specializzata nella produzione di supercar ed in possesso dell'omonimo team di Formula Uno, ma in seguito, di quella potenziale acquisizione non si è saputo più nulla.

Ora la strada sembra intrapresa

Adesso la strategia di Cupertino appare definita, e sembra che abbiano finalmente deciso di puntare forte sull'auto a guida autonoma, settore che di fatto rappresenta il futuro della mobilità, che rivoluzionerà in modo profondo l'industria dell'auto. 
Ma di certo la concorrenza non sta a guardare considerando che Samsung ha recentemente acquisito Harman, azienda che fornisce servizi di infotelematica di bordo e di assistenza alla guida focalizzati sulla sicurezza.
Insomma, il mercato delle auto nei prossimi anni punta sempre più secisamente verso auto che guidano da sole... 

martedì, novembre 29, 2016

Il gusto italiano in Giappone

Riporto qui un bellissimo articolo di Paolo Massobrio sul sito "Il Golosario" che testimonia i frutti di un grande lavoro di rinascita della cucina italiana.

Il cambiamento della cucina italiana nella relazione di Paolo Massobrio domani alla Camera di commercio Italiana in Giappone (ICCJ) nella sede di Tokyo. Ecco uno stralcio dell’intervento.
Continua il viaggio di Paolo Massobrio in Giappone. Dopo aver presieduto la giuria a concorso di cucina italiana interpretata da giovani chef giapponesi, domani sarà alla Camera di Commercio di Tokyo per raccontare agli operatori la rivoluzione che ha coinvolto l'enogastronomia italiana negli ultimi decenni. La presentazione si svolgerà nel contesto di un mini evento
Ecco uno stralcio dell'inetrvento:

“Il cibo, e con esso anche il vino sono stati al centro di una vera rivoluzione dei consumi in Italia, capace persino di cambiare i volti dei centri storici delle città e dei paesi. [...] La prima rivoluzione, innescata da un cuoco italiano, Gualtiero Marchesi, è stata quella di proporre un ristorante dove i piatti della tradizione venivano alleggeriti. Non so quanto Marchesi avesse presente che quella sua provocazione sarebbe stata il futuro.

[…] Ma intanto cresceva la moda del ristorante, come luogo di convivialità, dove veniva proposta un menu con quattro portate, declinato anche in menu degustazione. Ma sarebbe durato poco: i ristoranti hanno virato verso la bistronomia, ossia un locale più informale, accanto a quello storico, dove poter ordinare anche un solo piatto. L’evoluzione, che abbiamo raccontato recentemente a Golosaria è tuttavia un’altra: la possibilità di portarsi a casa un piatto o addirittura gli ingredienti per comporre un piatto. E questo andrebbe incontro a due esigenze: quella dei nuovi consumatori che hanno sempre meno tempo per fare la spesa e i ristoranti che altrimenti non riuscirebbero a vendere un piatto in più, pur avendo i costi fissi che pesano sul bilancio aziendale. Ma in questi ultimi due anni sono nati anche nuovi format di locali. Uno è ispirato alla cucina di strada, che punta ad offrire una specificità regionale, anche attraverso dei truck; l’altro sono le Ciberie, ovvero i negozi (pasticcerie, macellerie, panetterie, pescherie) che estendono la loro offerta dando da mangiare e da bere. Se si osserva il centro di una città come Milano si assiste ad un vero e proprio boom di questi modelli, che a mezzogiorno, spesso, mettono in crisi il ristorante tradizionale.

Ma negli Anni Novanta c’è stata un’altra importante rivoluzione, spinta da una generazione di giovani che hanno scelto di tornare in agricoltura o nell’artigianato alimentare. I negozi degli alimentari, presenti in ogni paese piccolo o grande che fosse si sono trasformati in boutique del gusto, mentre i bar sono diventati wine bar. Cosa significa questo? Che finalmente, col tramonto del cibo e del vino come mero alimento si andava verso il cibo ed il vino come piacere, convivialità, esigenza di avere nuovi luoghi di incontro. E tutto ha iniziato a trasformarsi in nome della distinzione qualitativa, fino a cambiare gli stessi aspetti delle piazze e dei paesi. Fu un tale Giorgio Onesti, che negli anni Ottanta si mise in viaggio per l’Italia a scoprire le specialità che venivano prodotte nel mondo contadino. Quando trovava qualcosa di interessante ne ordinava mille pezzi che poi avrebbe collocato nei negozi di alimentari. Facendo così, Giorgio Onesti anticipò i tempi, offrendo poi ai giorni nostri lo sviluppo di quelle che a Golosaria Milano abbiamo battezzato le Ciberie.

[…]  Col vino è successa la medesima cosa. ...
continua la lattura su "www.ilgolosario.it"

martedì, dicembre 04, 2012

Una sfida da BiosBook

Oggi la parola Social network è diventata estremamente popolare, la si sente citare con la stessa facilità con cui, noi italiani ci prendiamo un caffè.
Molti di noi vivono ormai vite multi account, divisi tra Facebook, Twitter, Google +... e chi più ne ha .... , e spesso, talvolta senza esserne davvero consapevoli, ci accorgiamo che oltre al multi account incappiamo anche in una multi vita.
E' cosi comodo infatti, (oltre che così di moda), profferire giudizi ed esprimere concetti senza correre il rischio di  giocarsi in prima persona, che spesso la nostra vita "virtuale" ci diventa perfino più famigliare della nostra vita reale.
Il social network, che ha così profondamente segnato il concetto stesso di internet, purtroppo si sta trasformando sempre più in una grande fiera dell'ovvio.
Ci basti pensare ad alcuni cinguettii (tweet) dove qualcuno ci tiene ad informare i suoi "seguaci" di quando ha il mal di pancia, o alla banalità ormai dilagante su facebook, che il concetto di "ovvietà diffusa" risulta sempre più chiaro.
Ma davvero Il social web deve far rima per forza con idiozia? Bhe, credo che qui valga sempre lo stra usato concetto della responsabilità.
Ma c'è anche da dire che spesso, ad indicare un profilo di utenza sono i social network stessi.
Facebook in particolare, solo per citarne uno, gioca il suo successo, almeno iniziale, sulle due domande "sono" (la cui risposta implica "uomo" o "donna"...) e "Mi piacciono" con conseguenze che tutti conosciamo bene. (come ci ricorda il film "The social Network") ...,
Ma perché allora non proporre un social network che faccia l'esatto contrario? un social network della gente per la gente, in cui si racconta la storia delle persone, in cui si scrivono, proprio come faremmo in un libro le nostre avventure, i nostri sentimenti le nostre paure e le nostre gioie?
Un "Network" cosi, sarebbe davvero e senza dubbio "social",un po' come una grande biblioteca moderna a cui ognuno può contribuire scrivendo, capitolo dopo capitolo, le grandi e piccole storie della propria vita, condividendo con amici e famigliari, tappe della propria esistenza, che probabilmente andrebbero perdute se lasciate in balia della memoria.
Sarebbe Bello, se ci fosse uno spazio cosi... Ma questo spazio c'è!, ed è nato proprio in Italia, dall'idea di Fabio Faraglia e Simonetta Pedarra. si chiama "Biosbook" dove loro, in gioco, altro che la faccia... ci metto tutta la vita !
Immaginatevi di avere a disposizione uno spazio dove chiunque sia libero di sentirsi un po' scrittore ed un po' narratore della sua vita, tanto da poter diventare protagonista delle sue imprese (Quale è l'impresa più grande oggi se non vivere la vita?, sobbarcarsi delle responsabilità, gioire delle amicizie, imbarcarsi nelle imprese determinate delle circostanze del nostro quotidiano?), ecco Biosbook è un luogo privilegiato per raccontare di se... di ciò che sono di quello che spero, e di ciò che amo... e condividerlo con chi mi pare...

Insomma Biosbook è letteralmente il libro della tua vita, e questo è tanto reale, che è possibile perfino farlo diventare un libro vero...
Pensate di aver raccolto tutte le favole che raccontate ai vostri figli la sera prima di mandarli a letto, di aver archiviato le testimonianze di un anziano durante la guerra,... o di aver raccolto le vostre poesie... e mille altre situazioni che siete in grado di immaginare... e di poterne alla fine stampare, un bel volume rilegato da mettere tra i libri della vostra biblioteca... Bene, questa è una delle "magie di Biosbook", ma solo una... Le altre ve le lascio scoprire da soli su
www.biosbook.com

mercoledì, ottobre 20, 2010

Scuola di Informatica

Carissimi amici, mi è capitato recentemente, nella mia estenuante ricerca di lavoro, di imbattermi in un offerta come insegnante di informatica per una sedicente scuola (di cui non farò nomi).

Data la mia formazione come tecnico informatico e la mia esperienza come docente nei corsi di formazione professionale, decido di andare al colloquio in quel di Milano... La cosa mi entusiasma da subito in quanto mi informano che stanno partendo dei corsi proprio qui nel VCO (...e io che ormai mi ero rassegnato a tornare a lavorare proprio nella città della Madonnina!).

Poi, una volta arrivato a casa mi decido a fare una bella ricerca su interent e mi rendo conto che le cose non sono poi così lucenti come mi sono state descritte... cosa confarmata poi da un amica che ha approfondito con dei controlli.

Scopro anche che c'è sotto tutto un sistema di pressione psicologica sugli insegnanti perchè incentivino gli alunni ad iscriversi al corso successivo... corsi in cui si pretende di insegnare l'informatica con 2 ore di lezione ogni 15 giorni e in cui vengono spillati fior fior di quattrini (le cifre si aggirano intorno ai 2500-3000 euro a corso) ...

Questa scoperta mi ha profondamente indignato... Certo, non è che non conosca la bruttura della società in cui viviamo, ... ma se penso a cosa è per me l'informatica, la prima cosa che mi viene in mente è "passione" ... che è, in fondo, il concetto che mi ha accompagnato in tutti i corsi in cui ho insegnato fino ad ora.

Se è assolutamente vero che DEVO trovare un lavoro, è altrettanto vero che non voglio, in alcun modo farlo alle spalle delle persone che venendo ad un corso decidono di fidarsi di me che gli passo delle conoscenze.

Credetemi se vi dico che non vedo l'ora che mi ricontattino per il fatidico "secondo colloquio", per potermi togliere qualche sassolino ...

E' proprio in nome di quella "Passione" che invece ho deciso di mettere a disposizione le mie conoscenze... certo, non posso farlo gratuitamente, ma posso farlo imputando un prezzo "giusto" cioè adeguato alle conoscenze che si imparano.

Da oggi quindi si organizzano "Corsi di Alfabetizzazione informatica", dove insieme potremo Capire, imparare ed addentraeci nello strabiliante mondo del computer !

La sede? Bhe principalmente quella del VCO, dove abito ... ma senza disdegnare alcuna destinazione 

Ecco i miei contatti:

Daniele

Mobile: 3355452562

email: daniele.bottoni@gmail.com

http://omegnatecnici.altervista.org

sabato, ottobre 09, 2010

La creazione è nelle cose, in ogni istante


Marco Bersanelli corregge le affermazioni del collega Stephen Hawking. Perché non c’è scoperta scientifica che possa offuscare la domanda vertiginosa sull’universo: ultimamente, da dove viene tutto ciò?
La scienza ci racconta una storia meravigliosa, quella del mutare delle sembianze del mondo fisico, dalle particelle alle galassie. Quando ad esempio con il satellite Planck scrutiamo le profondità dell’universo, raccogliendo la prima luce rilasciata 13,7 miliardi di anni fa da un stato ad altissima temperatura e densità, vediamo letteralmente in diretta l’alba del tempo. I progressi della fisica hanno chiarito molti fattori della prodigiosa storia dell’universo aprendo al tempo stesso nuove sfide che in futuro potrebbero portarci a modificare anche profondamente la nostra attuale concezione cosmologica. Ma nonostante le recenti uscite del collega Stephen Hawking, non c’è vera scoperta scientifica che possa offuscare la domanda vertiginosa sulla creazione: ultimamente, da dove viene tutto ciò?

Nei miliardi di anni l’universo è passato da uno stato di massima semplicità a una fioritura impensabile, nella quale hanno trovato posto la complessità e la vita, fino alla coscienza. Alcuni scienziati, forse preoccupati di evitare ogni cenno finalistico, propongono che la straordinaria predisposizione dell’universo alla vita sia un puro effetto di selezione. Ad essi si è unito anche Hawking, con il suo ultimo libro divulgativo annunciato nei giorni scorsi da un battage mediatico internazionale senza precedenti. Essi postulano l’esistenza di una moltitudine di universi, sconnessi e inaccessibili, nei quali le proprietà di base (leggi fisiche, valore delle costanti, dimensioni spazio-temporali…) assumono tutti i possibili valori, diversi da quelli che abbiamo “quaggiù”, nel nostro universo. Noi vediamo un cosmo adatto alla vita semplicemente perché tra gli innumerevoli universi (che insieme costituirebbero il cosiddetto “multiverso”) non potevamo che ritrovarci in uno di quelli compatibili con essa. Non ci sarebbe dunque bisogno di una scelta preordinata da parte di un creatore.

Per la verità l’idea non è affatto originale, visto che fu proposta nel 1895 dal filosofo William James, e da allora è stata più volte riciclata in diverse versioni in ambito cosmologico. Ma dal punto di vista scientifico questa visione soffre di una grave malattia: essa non può essere verificata o falsificata, essendo le altre regioni del “multiverso” per definizione causalmente sconnesse dalla nostra. Il che allo stato attuale rende quest’idea più simile a una opzione metafisica che a una teoria scientifica, e come tale andrebbe presentata – indipendentemente dalla fama dell’autore – e eventualmente paragonata ad altre visioni metafisiche.
Ma ammettiamo per un momento, facendo leva sulla fantasia, che un domani troveremo nuovi percorsi che ci permetteranno di parlare in modo scientificamente sensato di una realtà fisica che eccede quello che oggi chiamiamo “universo”: sarebbe davvero interessante! Ma in quel caso avremmo solo spostato più in là l’orizzonte, come quando Bessel nel 1838 misurò la prima distanza di una stella (61 Cygni), o quando Hubble nel 1922 mostrò che l’universo non coincide con la nostra Galassia ma è un oceano di miliardi di galassie. L’universo sarebbe ancor più vasto di quel che oggi pensiamo, ma la domanda fondamentale resterebbe intatta: da dove proviene, ultimamente, tutto ciò?
«L’universo ha creato se stesso dal nulla, non c’è bisogno di alcun creatore», risponde Hawking, caricando l’affermazione della sua pesante autorità di scienziato. Ma che cos’è allora questo “nulla” dal quale tutto avrebbe preso le mosse? Hawking risponderà che è il “vuoto” quantistico primordiale nel quale una fluttuazione può dare origine a una particella, e in linea di principio a realtà fisiche più complesse. Ma questo significa che il “vuoto” dei fisici è radicalmente diverso dal “nulla” del filosofo e del teologo. Anzi, se le cose fossero davvero andate così, quel “vuoto” iniziale finirebbe per essere l’opposto del “nulla”: sarebbe la realtà fisica più “piena” che si possa immaginare, il seme creato dal quale sboccia il fiore dell’universo.
Rinasce perciò inevitabile la domanda: questo “vuoto” primordiale, da dove viene? E le leggi della fisica, che in esso agiscono, chi se l’è inventate? Se anche ci fossero moltitudini di universi con leggi diverse, da dove verrebbe la meta-legge così ben congegnata da generare tutto ciò? L’esigenza di spiegazione della ragione umana non si arresta: nessuna “teoria del tutto” potrà mai acquietare la sete di indagare oltre.
Ma c’è un’ultima, più pungente domanda: perché? È la stessa domanda del bambino. E del filosofo: «Perché l’essere invece che il nulla?», direbbe lui. Oppure del poeta: «A che tante facelle?». Perché il fiore, a che scopo l’universo? Perché noi, in questo immenso alveo cosmico, così stranamente capaci di comprendere il reale? Perché questa bellezza del mondo, che la scienza ci consente di contemplare sempre più in profondità? Perché il dolore, perché il nostro infinito desiderio, la nostra sete di conoscenza e di felicità? Ecco l’esigenza abissale, alla quale la scienza non è capace neanche di balbettare una risposta. Da dove proviene l’esserci delle cose, ora? L’evidenza della creazione non va cercata anzitutto nel passato, ma nella sorpresa che le cose ci sono in ogni istante, ora: io non mi faccio da me, ogni cosa, se potesse pensare, dovrebbe dire: «Io non mi faccio da me». Quel momento drammatico di 13,7 miliardi di anni fa, quando tempo e spazio ebbero inizio, è un segno grandioso della contingenza dell’universo. Ma la creazione non è relegata a quel remoto evento. Essa è l’atto misterioso che trae dal nulla ogni istante di ogni stella o fiore o bimbo dell’universo.

Tratto da Tracce.it di Marco Bersanelli

sabato, febbraio 06, 2010

IPAD/ Il blogger: Ecco tutti i segreti che Steve Jobs non vi ha detto


lunedì 1 febbraio 2010

Fonte: Il Sussidiario.net (http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=64493)


(Giampiero Serra - mondomela.net)

iPad ha scosso gli animi della rete, delle televisioni e dei siti specializzati di tutto il mondo, tutti ne parlano, pochi lo concepiscono, e scatta la polemica. Non è la prima volta che Apple viene aspramente criticata per un prodotto: basti pensare ad iPhone, stroncato sin da subito per la mancanza del supporto agli MMS e Adobe Flash, e per il prezzo non proprio concorrenziale -all'epoca - rispetto ad altri smartphone presenti sul mercato.


Steve Ballmer (CEO di Microsoft) definì iPhone “un flop”, già in partenza, dichiarando: «Apple non ne venderà uno, la gente può fare la stessa identica cosa -e meglio- con un dispositivo meno costoso». La verità è un'altra. iPhone OS è ora nelle mani di 60 milioni di utenti, App Store ha toccato i 3 miliardi di download ed ha un market share tra il 97,5% e il 99.4% a livello globale, a questo punto la domanda sorge del tutto spontanea: “e se iPad fosse destinato a seguire le orme e il successo di iPhone?”.


Durante l'Apple Event, svoltosi lo scorso mercoledì, Steve ha presentato il prodotto come una “rivoluzione, un device magico”, e ha mostrato - alcune - delle caratteristiche del dispositivo, quelle fondamentali: ma non tutte. Una di queste è la cartella universale: di fatto un vero e proprio “File System intelligente”, assente su iPhone, ma individuato sul nuovo iPhone OS 3.2 di iPad.

La cartella universale consente l'accesso ai file salvati da tutte le applicazioni presenti sul dispositivo sia in lettura che in scrittura, ad esempio: se abbiamo creato un documento di testo con iWork, potremmo salvarlo ed editarlo con qualsiasi altro software, anche di terze parti.

All'apertura di un programma (ad esempio Pages, l'equivalente di World per iPad), il software riconoscerà automaticamente i file compatibili salvati nel file system e li renderà disponibili e selezionabili tramite una piccola schermata, dando modo di procedere all'editing del documento. Se si ha un Mac o un PC, iPad rileverà automaticamente la loro presenza e darà il via ad una connessione diretta: sarà possibile sincronizzare i files tra i dispositivi in modalità wireless, senza dover accedere ad iTunes.


La cartella universale è solo una delle novità presenti sul firmware di iPad ed assenti su iPhone, eccone un'altra: Safari potrà eseguire il download dei file, sarà possibile salvarli nel “File System” del tablet e spedirli via mail. A mio avviso, l'unione di queste due feature valgono da sole una vera e propria rivalutazione del prodotto.

Ma ci sono altri aspetti legati ad iPhone OS 3.2 di cui si vocifera proprio in queste ore: gli sviluppatori (già in possesso della nuova SDK) riportano che il Sistema Operativo di iPad sarebbe già abilitato alla video-conferenza, al riconoscimento della scrittura manuale e all'invio degli SMS.


In realtà per questi aspetti vige ancora molta perplessità: iPad non ha una videocamera frontale, pertanto non sarà possibile poter effettuare delle vere e proprie videochiamate, a meno che Steve Jobs non decida di fare “una sorpresa dell'ultimo minuto”, poco prima dell'effettiva commercializzazione del prodotto. Le altre due opzioni appaiono invece più plausibili (ricordiamo che esiste una versione di iPad con connettività Wi-Fi + 3G e che il riconoscimento della scrittura è già disponibile su iPhone per il Cinese tradizionale e semplificato).

La versione 3.2 di iPhone OS è attualmente ad uso esclusivo di iPad (iPhone e iPod touch montano la versione 3.1.2 del software), che si tratti di versione “segna posto” realizzata appositamente per gli sviluppatori? Nessuno lo sa, ma una cosa è certa: si parla già del prossimo iPhone OS 4.0, si vocifera che possa vedere la “luce” inizialmente su iPad per la fine di Marzo e a Giugno per iPhone e iPod touch. Forse è ancora troppo presto per decretare la sconfitta o il successo del tablet firmato Apple.

sabato, luglio 11, 2009

Ecco il satellite che raggiungerà l’ultimo confine osservabile dello spazio-tempo e immortalerà il primo vagito del cosmo: di Marco Bersanelli


Ogni cosa è luminosa. E la luce che viene emanata dai corpi, terrestri o celesti che siano, porta informazioni sulla loro composizione e struttura. Ma anche sulla loro evoluzione. Infatti, la luce impiega del tempo a raggiungere l’occhio o il telescopio dell’osservatore e quando arriva a destinazione regala un’istantanea del passato. Per esempio, la luce del Sole viaggia 8 minuti prima di approdare sulla Terra, perciò noi vediamo il Sole in ritardo di 8 minuti, facendo così un piccolo salto indietro nel tempo. Per le galassie più distanti il ritardo si misura in miliardi di anni. Dunque, osservando a grandi distanze possiamo risalire nel tempo e nello spazio andando a ritroso, in un viaggio vertiginoso. Avvicinandoci addirittura a quell’istante che ha marcato l’origine dell’universo. E poi della vita. Fino al momento in cui tutto è iniziato. Non si tratta di fantascienza, bensì di cosmologia. Di una storia dal finale conosciuto, ma dall’inizio ancora da scrivere e che a Tempi viene raccontata come fosse poesia da un numero uno nel campo della fisica del nostro paese. Marco Bersanelli, docente di astrofisica all’Università degli studi di Milano e collaboratore dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, è in procinto di partire alla volta di Kourou, nella Guyana Francese, dove assisterà al lancio della missione spaziale Planck Surveyor. Obiettivo: indagare l’origine dell’universo. Un sogno vecchio quanto la storia dell’uomo. E un’ambizione che dura da 17 anni, da quando «lavoravo in California con George Smoot, Nobel per la fisica nel 2006», ricorda Bersanelli, lo sguardo oltre la finestra del suo ufficio al Dipartimento di Fisica di Milano. «Era il 1992 quando il satellite Cobe per la prima volta ci ha raccontato qualcosa di inedito sull’origine dell’universo».


Andiamo con ordine. Cosa è Planck e che cosa ci farà vedere?
Planck è la prima missione dell’Esa, l’Agenzia spaziale europea, dedicata allo studio del fondo cosmico di microonde, la prima luce dell’universo. Planck è un telescopio spaziale che osserverà il fondo dell’universo, l’ultimo confine osservabile dello spazio-tempo. Grazie a ricettori di nuovissima generazione capaci di cogliere segnali debolissimi a lunghezze d’onda di qualche millimetro, Planck fotograferà gli embrioni delle galassie, prima che queste prendessero forma, e ci darà un’immagine ad alta risoluzione di come era l’universo 14 miliardi di anni fa. Per la precisione 380 mila anni dopo il Big Bang, che in cosmologia è un niente. Come fosse il primo vagito del cosmo.


Come è possibile tutto questo?
L’universo inizialmente è molto denso e caldo, tanto che la luce primordiale è intrappolata. Ma lo spazio si espande e si raffredda. Dopo 380 mila anni, quando la temperatura scende sotto i 3.000 gradi, protoni ed elettroni si uniscono a formare per la prima volta gli atomi e in quel momento quasi d’improvviso l’universo diventa trasparente. Insomma la luce, che prima era imprigionata, come quando c’è la nebbia, si libera dalla materia e inizia il suo viaggio fino a noi. Planck, catturando questa “luce fossile” e le informazioni che essa trasporta, studierà l’universo appena nato con una precisione senza precedenti.


Perché è così importante studiare questo fondo cosmico?
Perché misurando le sue caratteristiche possiamo conoscere non solo la composizione e la struttura dell’universo delle origini, ma anche la sua storia, la sua evoluzione. Indagare cosa è successo in quel mare incandescente e primordiale, dove tutto prendeva pian piano forma, ci permette di dedurre i parametri in cui inquadrare la storia cosmica, conoscerne gli ingredienti, studiarne la geometria e l’espansione. E potremo anche verificare le teorie, fino ad oggi poco più che speculazioni teoriche, che cercano di descrivere che cosa accadde nelle primissime frazioni di secondo dopo l’inizio.


Un progetto ambizioso, tutto europeo, in cui l’Italia riveste un ruolo da protagonista.
L’équipe italiana, in particolare i gruppi di Bologna e Milano, hanno guidato lo sviluppo di uno dei due “occhi” di Planck. Ossia di uno dei due strumenti focali, quello che “vede” le lunghezza d’onda più grandi, e che insieme permettono di produrre l’immagine del fondo cosmico. Inoltre, i due centri di raccolta dati saranno a Trieste e a Parigi, essendo la Francia l’altro paese leader della missione.


C’è un collegamento con l’acceleratore Lhc del Cern di Ginevra, che secondo i giornali avrebbe dovuto portare alla fine del mondo?
Ah! La storia del buco nero (sorride, ndr). Certo, perché mentre Planck ci mostra una “diretta” del passato remoto, l’acceleratore Lhc riproduce in laboratorio, in un punto microscopico, le condizioni di quel passato di 14 miliardi di anni fa.


Cosa c’entra Planck con la cosiddetta materia oscura?
C’entra parecchio, perché la materia oscura è una delle grandi questioni aperte che riguardano la composizione dell’universo. Noi infatti, ad oggi, conosciamo solo il 4 per cento della materia e dell’energia che compongono l’universo. Rimane dunque un punto di domanda che pesa quanto il restante 96 per cento, con un 26 per cento composto proprio da questa materia oscura, che non vediamo, ma la cui presenza registriamo attraverso i suoi effetti gravitazionali. Più che oscura, dovremmo chiamarla invisibile o “cristallina” (se fosse veramente “oscura” la vedremmo benissimo!), tanto che crediamo si tratti di una forma di materia totalmente diversa da quelle che conosciamo. Il restante 70 per cento sarebbe composto, invece, di una forma di energia ancora più misteriosa, dark energy, responsabile dell’espansione accelerata dell’universo. Con Planck abbiamo l’ambizione di redigere un censimento estremamente dettagliato degli ingredienti dell’universo, anche di quelli più “esotici”.


Come è possibile conciliare il desiderio di raggiungere vette inesplorate con un umile realismo?
Effettivamente è un paradosso. Se dimensioni spazio-temporali così vaste da sfuggire alla nostra immaginazione sono un segno che invita all’umiltà, il fatto di poter comprendere anche solo una parte di tutto questo tenta l’orgoglio, l’ambizione di potere. Ma a ben vedere anche questa capacità di “leggere il libro della Natura”, come diceva Galileo, non è qualcosa che ci diamo noi. Nel rapporto dell’uomo con l’universo, secondo me, emerge la consapevolezza della nostra piccolezza e sproporzione, e anche del fatto che ciò che ci è dato conoscere è quasi un lusso, perché, come per l’arte o la poesia, noi potremmo sopravvivere anche senza. Eppure ci viene offerta una possibilità di conoscenza che non possiamo che accogliere come un regalo e una sorpresa allo stesso tempo. Con la commozione di essere partecipi di un dramma cosmico.


È questo che insegna ai suoi allievi?
Ai miei studenti cerco di insegnare l’astrofisica e attraverso questo spero che si accorgano della bellezza del mondo. E che sappiano porsi domande. È questo ciò che ho imparato dai miei maestri, primo fra tutti George Smoot, e tanti altri anche qui in Italia. Sono anche molto grato ai giovani ricercatori con cui collaboro da cui imparo moltissimo. Più si procede nella ricerca e più ci si rende conto di quanto la nostra conoscenza sia limitata e imperfetta. Si desidera quindi imparare sempre di più. Col passare del tempo cresce la coscienza della nostra ignoranza, ma cresce anche l’ammirazione per quel poco che si comprende.


In quest’anno di commemorazioni di due figure come Galileo e Darwin quanto è importante la divulgazione scientifica e come dovrebbe essere fatta secondo lei?
Si tratta di un tema cruciale e secondo me il termine divulgazione è ambiguo, quasi si trattasse di un “abbassarsi al volgo”, un pedaggio da pagare allo scopo di persuadere a tutti i costi i cittadini che pagano le tasse a sovvenzionarci, talvolta banalizzando i contenuti pur di risultare vendibili. Questa divulgazione strumentale a me non interessa. Il nocciolo della questione non riguarda infatti la divulgazione in sé, quanto piuttosto la mancanza dell’idea di popolo. Gli scienziati si concepiscono “soli”, non mandati da nessuno. Invece divulgare significa andare al cuore di ciò che muove l’interesse di chi ricerca, perché lì ci sarà qualcosa di interessante e comunicabile a tutti, qualcosa che ha un senso e una bellezza per tutti. Quindi comunicare l’importanza della ricerca va oltre le sue ricadute tecnologiche, pure importanti. Capire di cosa è fatto quel 96 per cento dell’universo credo che interessi tutti. O no?

di Elena Inversetti
Fonte : www.tempi.it
http://www.tempi.it/intervista/006549-marco-bersanelli

sabato, aprile 18, 2009

SCOPERTE/ Un virus per ricaricare cellulari


Le batterie al litio oggi usate in ogni dispositivo elettronico, dal Blackberry all'iPod o telefonino, resteranno vittime di un'infezione virale, ma niente paura sarà il virus stesso a dare corrente ai vostri “giocattolini”, infatti è stata creata una virus-batteria che potrebbe sostituire le normali batterie ricaricabili e adattarsi a congegni di dimensioni ridottissime.

È l'ultimo successo, reso noto sulla rivista Science, dei ricercatori del prestigioso istituto di Tecnologia del Massachusset (MIT) di Boston diretti da Angela Belcher. La batteria, il cui prototipo ha le dimensioni di una moneta e la capacità pari alle batterie al litio oggi sul mercato, è fatta dal virus M13, un virus che uccide batteri, clonato e geneticamente modificato. Le particelle di rivestimento del virus crescono su un substrato polimerico e formano i poli della batteria che è ecologica e low cost.


Fonte: Il sussidiario.net

http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=15731


sabato, dicembre 13, 2008

Ristorante La Scaletta - Noli

Lo so!, me lo direte in tanti... " Che parli a fare di un ristorante in Liguria tu che abiti nel Verbano- Cusio-Ossola?" Bhe, mi viene da rispondere una cosa sola,... pur di assaggiare un antipasto di pesce fatto come si deve sarei disposto davvero a percorrere quei 240 km che mi separano da Noli. So anche che il periodo economico che stiamo attraversando fa un po' a pugni con l'idea di andare al ristorante. Ma quello che a mio avviso dobbiamo imparare a salvare, soprattutto in un periodo come questo è il Gusto. Il gusto, è legato a corda doppia con l'intelligenza. Se non utilizzo l'intelligenza mangio, ma non gusto, cioè non scopro quella "magica" corrispondenza tra ciò che sto gustando ed il mio essere.
Se non ci fosse il gusto non saremmo in grado di scorgere il buono di un risotto o di certe linguine...!! come quelle preparate nel locale del mio amico Francesco di cui ora vi sto raccontando.

Siccome mi va di stuzzicarvi ancora di più l'appetito vi metto anche una breve descrizione del locale...così non ci sono più scuse.

Appena fuori le mura del suggestivo centro storico di Noli, potrete trovare ciò che sfugge agli occhi del turista distratto. La Scaletta è uno storico ristorante di pesce rinato grazie alla professionale gestione dei nuovi giovani e creativi proprietari. La talentuosa chef Sara Montini Pessina propone una cucina di territorio che accetta però la contaminazione delle materie prime e delle tradizioni di tutto il bacino mediterraneo opportunamente rivisitate. Da segnalare gli antipasti semplici ma con un piacevole gusto nella presentazione (tortino di polpo e patate, insalatina di seppie al vapore con sedano scaglie di parmigiano, guazzetto di moscardini finiti al forno in coccio di terracotta); classici i primi piatti con una menzione per l'ottimo risotto del golfo e le strepitose trofie nere con sugo di seppie in cialda di parmigiano; fritti leggeri e nostrani attenti alla valorizzazione dei presidi slow-food locali (cicciarielli,zerri), pescato locale alla griglia, al forno, all'acqua pazza. Strepitosi i calamari alla partenopea con sugo di pomodoro capperi di Pantelleria ed olive Taggiasche accompagnati da pane carasau. Grande attenzione per i desset: da assaggiare la torta di ricotta e pere con salsa di cacao al rum, la delizia al limone con frutti di bosco, i microbabà alle tre salse, le minipastiere napoletane con salsa di cacao amaro etc. Buona la cantina con 50 etichette di bianchi(con alcune chicche a livello nazionale) e grande attenzione ai vitigni autoctoni, 15 le etichette di rosso tutte di buon livello.

Non mi resta che augurare a tutti Buon Appetito !!!

Ristorante "la scaletta"

Via Verdi 16 Noli (SV) 17026 Telefono (Phone) 019748754 Fax 0197499349 E-mail: ristorantelascaletta@tiscali.it

lunedì, febbraio 25, 2008

Pacific Trash Vortex - Continente di spazzatura

Non sono un ambientalista convinto, ma questa notizia mi ha seriamente colpito!!
"Pare che oltre ai 5 continenti noti, proprio all’interno dell’Oceano Pacifico ci sia un vero e proprio “nuovo mondo” di spazzatura, plastica in primo luogo. Un’isola grande per qualcuno quanto due volte il Texas, per altri addirittura corrispondente alla stessa superfice degli Stati Uniti (ma c’è anche chi parla di 2 volte gli Stati Uniti. Gli americani lo chiamano “Pacific Trash Vortex”, vortice di pattume del pacifico, nome che dice già tutto. Chris Parry, California Coastal Commission di San Francisco, calcola approssimativamente in 3,5 milioni di tonnellate il peso totale dell’immondizia che galleggia per oltre 10 metri di altezza sopra e sotto il pelo dell’acqua.Incredibile direte voi. Invece da tempo ne parla anche Greenpeace sottolineando come almeno 10 miliardi di tonnelate di plastica l’anno finiscano nei mari del pianeta. Voi penserete: “Colpa delle piattaforme petrolifere o delle navi che scaricano tutto in mare”. Invece il 90% del totale del prodotto inquinato arriverebbe dalle coste e soprattutto da quelle del nord America.A complicare le cose interverrebbe la North Pacific Subtropical Gyre, una sorta di enorme corrente oceanica che è causata dalle correnti di alta pressione e che genera nelle acque una spirale che contribuisce ad attirare verso di sé la spazzatura prodotta dalle coste americane, giapponesi ed australiane.Greenpeace parla di una strage di animali causata dalle piccole particelle di plastica che si staccano dai vari prodotti e vengono ingoiate dagli animali portandoli lentamente alla morte.Al problema si stanno dedicando studiosi di molti paesi: è in corso una spedizione scientifica tedesca e rilevanti sono gli studi dell’Università delle Hawaii le quali sono anche direttamente interessate dalle “scie di plastica” della corrente che spesso giungono fino all’arcipelago formando barriere di detriti alte anche 3 metri. Si è anche scoperto che i continenti-pattumiera sarebbero 2: un “estern garbage patch” oltre le coste giaponesi, più piccolo, e un “western garbage patch”, appena sopra le Hawaii, il più grande e preoccupante anche perché più vicino a luoghi abitati anche dall’uomo."

Che Bello scoprire dove va il mondo!

Vedi (in inglese) su Wikipedia sull'argomento.