Ecco qui uno dei miei racconti.
Un luogo immaginario, un periodo indefinito della storia, con accanto un amico.
Il racconto è dedicato ad Antonio Lodi (16/12/1960 - 18/01/2004)
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giovedì, febbraio 21, 2013
giovedì, gennaio 01, 2009
LA LEGGENDA DELLA GRIGNA

Nella provincia di Lecco, a cavallo tra il ramo orientale del Lago di Como e la Valsassina, svetta il massicico delle Grigne, composto da due vette, la Grigna (detta anche Grigna settentrionale o Grignone) e la Grignetta.
La vetta massima raggiunge i 2410 m, e appena sotto ospita il Rifugio Brioschi, uno dei rifugi storici delle Prealpi Lombarde, di proprietà del CAI di Milano.
La nascita di una delle più belle montagne della Lombardia, è narrata dai versi di una canzone popolare che risale al medioevo.
Ecco qui di seguito le parole di questa canzone.
LA LEGGENDA DELLA GRIGNA
Alla guerriera bella e senza amore
un cavaliere andò ad offrire il cuore;
cantava: "Avere te voglio o morire!".
Lei dalla torre lo vedea salire.
Disse alla sentinella
che stava sopra il ponte:
"tira una freccia in fronte
a quello che vien su".
Il cavaliere cadde fulminato.
Ma Dio punì l'orribile peccato
e la guerriera diventò la Grigna,
una montagna ripida e ferrigna.
Anche la sentinella,
che stava sopra il ponte,
fu trasformata in monte
e la Grignetta fu.
Noi pur t'amiamo d'un amor fedele,
montagna che sei bella e sei crudele.
E salendo ascoltiamo la campana,
d'una chiesetta che a pregare chiama.
Noi ti vogliamo bella
che diventasti un monte;
facciamo la croce in fronte:
non ci farai morir.
E'da poco passata la mezzanotte e oggi ricorre il quinto anniversario della salita alla casa del Padre di un caro amico, Antonio Lodi, che perse la vita proprio su questa montagna "ripida e ferrigna".
Voglio dedicare questa canzone proprio a lui che con infinita pazienza e tenerezza mi ha insegnato ad amare la vita e la montagna.
" Siate pronti con le lampade accese, aspettando il Signore che viene"
Antonio Lodi 16/12/1960 - 18/01/2004
domenica, marzo 23, 2008
Ricetta: tapulòn (Tapelucco)
La leggenda:"È andata così: al tempo dei tempi, tredici omaccioni che tornavano dall'isola di San Giulio sul Lago d'Orta, dove si erano recati a venerare le spoglie del Santo Protettore dell'Alto Novarese, giunti là dove ora è Borgomanero, avvertirono d'un tratto stimoli mai provati di un appetito che potremmo meglio chiamare fame. Era stata a ridestarli l'aria fresca e sottile che vi rifluisce dal Monte Rosa e che, da tempo immemorabile, vi fa prosperare quella che usa chiamarsi industria alimentare.
Senonchè i "nostri", presi dal sacro fervore del pio pellegrinaggio, avevano dimenticato di rinnovare le provviste,Asino e le bisacce cadevano desolatamente vuote sul dorso dell'asinello che li aveva seguiti nel lungo cammino. E poichè questo rosicchiava in quel momento con evidente soddisfazione un cardo offertosi alla sua onesta fame, fu suggerito da qualcuno che con uguale soddisfazione lo stesso asinello avrebbe potuto essere rosicchiato dagli affamati padroni, i quali, senza attendere oltre, si diedero a farne braciole. Pare tuttavia che queste rivelassero insospettata durezza, talché fu d'uopo ridurle in minuti frammenti e tenerne la pentola lungamente al fuoco.
Sortì una vivanda che i "tredici", giudicarono eccellente, e che li dispose siffattamente all'ottimismo da indurli a non riprendere il viaggio e a stabilirsi in un luogo che loro sembrò rivelato da San Giulio in persona. Il villaggio che ne nacque, è, col passare dei secoli divenuto città, e i suoi abitanti hanno da gran tempo dimenticato gli usi dei lontanissimi fondatori: non già però la vivanda che è forse all'origine della loro fortuna. E, sostituita con tenera carne di manzo finemente tritata quella bonaria dell'asino della storia, la gettano su un soffritto d'olio e burro profumato da rosmarino, lauro ed aglio; quindi la cuociono a fuoco lento, e quando tutto il sugo è assorbito, la mantengono umida e morbida irrorandola di buon vino nero. Dopo un'ora o poco più tutto è pronto, e può essere servito, meglio se con polenta ben cotta, e se sposato al generoso vino delle colline che si stendono da Maggiora sino a Gattinara e a Ghemme.
Il TapuloneQuanto al nome di simile "bontà", è rimasto sempre lo stesso, e nella non facile lingua locale si pronuncia così: "taplón". Invano si è tentato di tradurlo in "tapulone" o, peggio, in "tapellon" dai fanatici del volgare... Ad essi però va riconosciuto il commendevole intento di diffondere la saporita vivanda che è tuttora privilegio di un solo paese: Borgomanero, appunto.
[Testo di Achille Marazza - da LA MARTINELLA DI MILANO, marzo - aprile 1957 riportato sui "Quaderni Borgomaneresi" - "Borgomanero a tavola"]
Questa ricetta del tapulòn è contemporanea alla fondazione di Borgomanero: risalendo agli ultimi decenni del XII secolo è quindi una delle più antiche di tutto il territorio compreso tra Novara e la riviera del Cusio.
Ingredienti per 4 persone:
500 g di polpa d'asino sgrassata, aglio, cipolla, 20 g di lardo, due bicchieri di vino rosso delle Colline Novaresi, erbe aromatiche, (alloro, rosmarino, salvia, timo), una noce di burro, 100 g di verza affettata finemente, olio di oliva, sale, pepe, chiodi di garofano
Preparazione:
Macinare la carne con un tritacarne a mano - quelli elettrici la scaldano - farla rosolare con un po' d'olio di oliva e di burro insieme a un battuto composto di aglio, cipolla e un pezzetto di lardo. Durante la cottura mescolare al Tapelucco il vino rosso locale, aggiungere eventualmente - durante il periodo freddo - un po' di verza affettata finemente. Sarà pronto in mezz'ora di cottura a fuoco lento, poiché oggi si utilizza la carne di animali giovani allevati a questo scopo. Prima di toglierlo dal fuoco richiede ancora un trito di erbe aromatiche - alloro, rosmarino, timo... - sale, pepe e una noce di burro. Servire con della polenta macinata molto grossa, oppure con le patate, lessate e saltate con la cipolla. Accompagnato dallo stesso vino utilizzato per la cottura e buon appetito
Sortì una vivanda che i "tredici", giudicarono eccellente, e che li dispose siffattamente all'ottimismo da indurli a non riprendere il viaggio e a stabilirsi in un luogo che loro sembrò rivelato da San Giulio in persona. Il villaggio che ne nacque, è, col passare dei secoli divenuto città, e i suoi abitanti hanno da gran tempo dimenticato gli usi dei lontanissimi fondatori: non già però la vivanda che è forse all'origine della loro fortuna. E, sostituita con tenera carne di manzo finemente tritata quella bonaria dell'asino della storia, la gettano su un soffritto d'olio e burro profumato da rosmarino, lauro ed aglio; quindi la cuociono a fuoco lento, e quando tutto il sugo è assorbito, la mantengono umida e morbida irrorandola di buon vino nero. Dopo un'ora o poco più tutto è pronto, e può essere servito, meglio se con polenta ben cotta, e se sposato al generoso vino delle colline che si stendono da Maggiora sino a Gattinara e a Ghemme.
Il TapuloneQuanto al nome di simile "bontà", è rimasto sempre lo stesso, e nella non facile lingua locale si pronuncia così: "taplón". Invano si è tentato di tradurlo in "tapulone" o, peggio, in "tapellon" dai fanatici del volgare... Ad essi però va riconosciuto il commendevole intento di diffondere la saporita vivanda che è tuttora privilegio di un solo paese: Borgomanero, appunto.
[Testo di Achille Marazza - da LA MARTINELLA DI MILANO, marzo - aprile 1957 riportato sui "Quaderni Borgomaneresi" - "Borgomanero a tavola"]
Questa ricetta del tapulòn è contemporanea alla fondazione di Borgomanero: risalendo agli ultimi decenni del XII secolo è quindi una delle più antiche di tutto il territorio compreso tra Novara e la riviera del Cusio.
Ingredienti per 4 persone:
500 g di polpa d'asino sgrassata, aglio, cipolla, 20 g di lardo, due bicchieri di vino rosso delle Colline Novaresi, erbe aromatiche, (alloro, rosmarino, salvia, timo), una noce di burro, 100 g di verza affettata finemente, olio di oliva, sale, pepe, chiodi di garofano
Preparazione:
Macinare la carne con un tritacarne a mano - quelli elettrici la scaldano - farla rosolare con un po' d'olio di oliva e di burro insieme a un battuto composto di aglio, cipolla e un pezzetto di lardo. Durante la cottura mescolare al Tapelucco il vino rosso locale, aggiungere eventualmente - durante il periodo freddo - un po' di verza affettata finemente. Sarà pronto in mezz'ora di cottura a fuoco lento, poiché oggi si utilizza la carne di animali giovani allevati a questo scopo. Prima di toglierlo dal fuoco richiede ancora un trito di erbe aromatiche - alloro, rosmarino, timo... - sale, pepe e una noce di burro. Servire con della polenta macinata molto grossa, oppure con le patate, lessate e saltate con la cipolla. Accompagnato dallo stesso vino utilizzato per la cottura e buon appetito
sabato, marzo 08, 2008
Escursione: Santuario della Madonna del sasso
ITINERARIO PER IL SANTUARIO:
Dall'abitato di Boleto percorrere la via Santuario, lasciando sulla destra la via Nosone, la più antica del paes
e con casa sempre fiorita, e raggiungere per ripida discesa, dopo aver superato un fontanile con acqua purissima e il vecchio lavatoio, il quadrivio della circonvallazione sud del paese, proseguire tra belle ville e il Boletus nel bel viale alberato -Parco della Rimembranza - lasciare sulla sinistra il Cimitero, superare il Ponte sul Rio Valla e con scorci magnifici e suggestivi sul Lago raggiungere il Piazzale, recentemente abbellito con parapetto e copertine in granito, da dove l'occhio spazia su tutto il Lago d'Orla con visioni indimenticabili. Il ritorno in paese può essere meno faticoso prendendo all'incrocio la circonvallazione che si snoda pianeggiante sino alla provinciale, di lì, sempre a sinistra, si raggiunge il paese.
Periodo consigliato: primavera-autunno.
Tempo di percorso: minuti 10-15.
IL SANTUARIO:
La leggenda narra che, intorno all’anno 1500, una bella taverniera di Pella aveva sposato un soldataccio di nome Aycardo. Di ritorno da una missione militare, da una diceria maligna sentì dire che la moglie lo avrebbe tradito con un soldato di stirpe inglese. Aycardo perse la testa: si caricò la donna sulle spalle, la portò sullo scoglio del Sasso e la buttò giù. La poveretta era riuscita ad aggrapparsi ad un cespuglio, ma quando vide il marito affacciarsi al dirupo (questa volta con l’intenzione di salvarla) si lasciò cadere nel vuoto. Sul luogo del misfatto la gente pietosa avrebbe innalzato una croce di legno, poi una cappelletta, ed infine l’attuale santuario. Fin qui la leggenda: la storia scritta invece ricorda di un
calzolaio di Boleto, emigrante, che, arricchitosi, finanziò la costruzione della chiesa, del campanile e della casa eremitale. Era l’anno di grazia 1730.
Il Santuario sorge a 638 metri di altitudine nel comune omonimo di Madonna del Sasso; e si affaccia su uno sperone roccioso di granito il quale è stato impiegato come pietra da taglio da tempi immemorabili.
Davanti alla chiesa si sviluppa un ampio piazzaletto detto "il balcone del Cusio“ per una superficie di circa 735 mq.
Da esso si ammira un panorama sconfinato, dai monti più vicini, ai contorni sfuggenti delle Alpi, in basso si susseguono i ridenti paesi della vallata e in fondo verso sud, quando il cielo è molto limpido, si scorgono Novara, Vercelli e Milano.
Una volta il piazzale del Santuario era “il prato della tela” dove le donne, nelle giornate calde e soleggiate, andavano a candeggiare la tela fatta in casa. Anticamente, alle falde del monte Avigno, sorgeva una cappella dedicata alla Madonna Addolorata, a poca distanza da Boleto.
Le molte grazie attiravano i fedeli del Cusio.
Una prima chiesa sostituì la cappella; sull'altare maggiore c'era un quadro delta Vergine in contemplazione di Gesù, opera del Caravaggio.
Nella sacrestia si conservava, in una nicchia una statuetta della Madonna del Rosario, di autore ignoto, ritenuta miracolosa.
Nel 1706 Pietro Paolo Minola, in seguito ad una grazia ricevuta dalla Madonna, decise di far costruire, un nuovo Santuario.
Verso il 1725 vennero iniziati i lavori ai quali contribuì anche la popolazione di Boleto (patria del Minola). Nel 1748 vennero ultimati i lavori della chiesa, mentre nel 1760 furono terminati il campanile e la casa per i preti, che sorse a fianco della chiesa.
La consacrazione del Santuario avvenne nel 1771 con una solenne cerimonia celebrata dal Vescovo di Novara di allora.
Nel 1773 il
Minola donò il corpo di San Donato al Santuario.
L’interno del Santuario e a croce greca con due altari laterali e graziosi coretti alla congiunzione dei bracci della croce.
E’ di epoca barocca e venne interamente affrescato da Lorenzo Peracino da Cellio. Sopra l’altare maggiore è incastonato un dipinto raffigurante la Pietà di Fermo Stella da Caravaggio, del 1547.
Sull’altare a sinistra c’è l'urna con le ossa ed il sangue di San Donato.
Gli abitanti della zona gli innalzarono preghiere nel timore della folgore e della grandine.
San Donato, un martire rinvenuto nelle catacombe di San Callisto di Roma, è raffigurato con folta barba, elmo, spada e mantello nell’atto di fermare una folgore che si stava scatenando sul paese.
Come raggiungere Boleto da Milano: Autostrada A8/A26 ( Milano Laghi /Gravellona Toce )
Uscita Arona (direzione Borgomanero) Seguire per Gozzano e proseguire sulla Per Pogno/Pella
Entrare a Alzo e proseguire per Boleto
Distanza da Milano: 93 KM circa, tempo di arrivo, un ora e 20 circa.
Fonti:
- Volume "Uomini e corse - le Escursioni" (Volume IV°)
Volume diffuso in occasione della XXVI edizione del Giro ciclistico dei tre laghi.
e con casa sempre fiorita, e raggiungere per ripida discesa, dopo aver superato un fontanile con acqua purissima e il vecchio lavatoio, il quadrivio della circonvallazione sud del paese, proseguire tra belle ville e il Boletus nel bel viale alberato -Parco della Rimembranza - lasciare sulla sinistra il Cimitero, superare il Ponte sul Rio Valla e con scorci magnifici e suggestivi sul Lago raggiungere il Piazzale, recentemente abbellito con parapetto e copertine in granito, da dove l'occhio spazia su tutto il Lago d'Orla con visioni indimenticabili. Il ritorno in paese può essere meno faticoso prendendo all'incrocio la circonvallazione che si snoda pianeggiante sino alla provinciale, di lì, sempre a sinistra, si raggiunge il paese.Periodo consigliato: primavera-autunno.
Tempo di percorso: minuti 10-15.
IL SANTUARIO:La leggenda narra che, intorno all’anno 1500, una bella taverniera di Pella aveva sposato un soldataccio di nome Aycardo. Di ritorno da una missione militare, da una diceria maligna sentì dire che la moglie lo avrebbe tradito con un soldato di stirpe inglese. Aycardo perse la testa: si caricò la donna sulle spalle, la portò sullo scoglio del Sasso e la buttò giù. La poveretta era riuscita ad aggrapparsi ad un cespuglio, ma quando vide il marito affacciarsi al dirupo (questa volta con l’intenzione di salvarla) si lasciò cadere nel vuoto. Sul luogo del misfatto la gente pietosa avrebbe innalzato una croce di legno, poi una cappelletta, ed infine l’attuale santuario. Fin qui la leggenda: la storia scritta invece ricorda di un
calzolaio di Boleto, emigrante, che, arricchitosi, finanziò la costruzione della chiesa, del campanile e della casa eremitale. Era l’anno di grazia 1730.Il Santuario sorge a 638 metri di altitudine nel comune omonimo di Madonna del Sasso; e si affaccia su uno sperone roccioso di granito il quale è stato impiegato come pietra da taglio da tempi immemorabili.
Davanti alla chiesa si sviluppa un ampio piazzaletto detto "il balcone del Cusio“ per una superficie di circa 735 mq.
Da esso si ammira un panorama sconfinato, dai monti più vicini, ai contorni sfuggenti delle Alpi, in basso si susseguono i ridenti paesi della vallata e in fondo verso sud, quando il cielo è molto limpido, si scorgono Novara, Vercelli e Milano.
Una volta il piazzale del Santuario era “il prato della tela” dove le donne, nelle giornate calde e soleggiate, andavano a candeggiare la tela fatta in casa. Anticamente, alle falde del monte Avigno, sorgeva una cappella dedicata alla Madonna Addolorata, a poca distanza da Boleto.
Le molte grazie attiravano i fedeli del Cusio.
Una prima chiesa sostituì la cappella; sull'altare maggiore c'era un quadro delta Vergine in contemplazione di Gesù, opera del Caravaggio.
Nella sacrestia si conservava, in una nicchia una statuetta della Madonna del Rosario, di autore ignoto, ritenuta miracolosa.
Nel 1706 Pietro Paolo Minola, in seguito ad una grazia ricevuta dalla Madonna, decise di far costruire, un nuovo Santuario.
Verso il 1725 vennero iniziati i lavori ai quali contribuì anche la popolazione di Boleto (patria del Minola). Nel 1748 vennero ultimati i lavori della chiesa, mentre nel 1760 furono terminati il campanile e la casa per i preti, che sorse a fianco della chiesa.
La consacrazione del Santuario avvenne nel 1771 con una solenne cerimonia celebrata dal Vescovo di Novara di allora.
Nel 1773 il
Minola donò il corpo di San Donato al Santuario.L’interno del Santuario e a croce greca con due altari laterali e graziosi coretti alla congiunzione dei bracci della croce.
E’ di epoca barocca e venne interamente affrescato da Lorenzo Peracino da Cellio. Sopra l’altare maggiore è incastonato un dipinto raffigurante la Pietà di Fermo Stella da Caravaggio, del 1547.
Sull’altare a sinistra c’è l'urna con le ossa ed il sangue di San Donato.
Gli abitanti della zona gli innalzarono preghiere nel timore della folgore e della grandine.
San Donato, un martire rinvenuto nelle catacombe di San Callisto di Roma, è raffigurato con folta barba, elmo, spada e mantello nell’atto di fermare una folgore che si stava scatenando sul paese.
Come raggiungere Boleto da Milano: Autostrada A8/A26 ( Milano Laghi /Gravellona Toce )
Uscita Arona (direzione Borgomanero) Seguire per Gozzano e proseguire sulla Per Pogno/Pella
Entrare a Alzo e proseguire per Boleto
Distanza da Milano: 93 KM circa, tempo di arrivo, un ora e 20 circa.
Fonti:
- Volume "Uomini e corse - le Escursioni" (Volume IV°)
Volume diffuso in occasione della XXVI edizione del Giro ciclistico dei tre laghi.
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